PASQUA: MORAGLIA, ESSERE PRETE NON E' AVERE DOCENZA STABILE
news locale - 28/03/2013 11:23

VENEZIA, 28 MAR - Si può imparare a suonare uno strumento, si può imparare l'arte del medico e dell'avvocato, si può imparare la teologia o le discipline amministrative ecclesiastiche "ma il sacerdote non è le sue conoscenze teologiche, non è la sua capacità manageriale, non è la titolarità di una parrocchia o il conseguimento di una docenza stabile". Lo ha ricordato il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia nell'omelia per la messa del crisma del giovedì santo. "Essere prete - ha sottolineato - significa, semplicemente, portare scolpiti in noi i lineamenti di Gesù Cristo, capo e sposo della Chiesa. Il luogo o l'ambiente dove siamo mandati è importante, ma è secondario". Dunque, per mons. Moraglia, "essere sacerdoti è cosa del tutto diversa e infinitamente più grande dell'ufficio ecclesiale di cui, di volta in volta, si è incaricati secondo le necessità della Diocesi". Di conseguenza, "il fallimento di un sacerdote ha un inizio: nasce dalla reticenza nel dono di sé, reticenza nel bene. Decidere da se stessi e in se stessi se, e cosa, donare; se, e su cosa, obbedire; se, e su cosa, costruire la comunione". Secondo il patriarca di Venezia, "essere preti, quindi, vuol dire essere segno di Gesù" e non soltanto perché, "per puro dono, abbiamo ricevuto da lui il suo potere ma poiché siamo arrivati a pensare come Gesù, a parlare come Gesù e in tutto abbiamo lo stile di Gesù. Un prete, infatti, non può limitarsi a dire: ma io sono fatto così...". Un invito poi alla sobrietà. "Nei gesti propriamente sacerdotali - in particolare in quello eucaristico - l'assemblea percepisce subito se il prete è disattento - ha rilevato - o se, invece, è impegnato a dare spazio al Signore Gesù oppure se pone se stesso al centro di tutto".

PASQUA: MORAGLIA, ESSERE PRETE NON E' AVERE DOCENZA STABILE

VENEZIA, 28 MAR - Si può imparare a suonare uno strumento, si può imparare l'arte del medico e dell'avvocato, si può imparare la teologia o le discipline amministrative ecclesiastiche "ma il sacerdote non è le sue conoscenze teologiche, non è la sua capacità manageriale, non è la titolarità di una parrocchia o il conseguimento di una docenza stabile". Lo ha ricordato il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia nell'omelia per la messa del crisma del giovedì santo. "Essere prete - ha sottolineato - significa, semplicemente, portare scolpiti in noi i lineamenti di Gesù Cristo, capo e sposo della Chiesa. Il luogo o l'ambiente dove siamo mandati è importante, ma è secondario". Dunque, per mons. Moraglia, "essere sacerdoti è cosa del tutto diversa e infinitamente più grande dell'ufficio ecclesiale di cui, di volta in volta, si è incaricati secondo le necessità della Diocesi". Di conseguenza, "il fallimento di un sacerdote ha un inizio: nasce dalla reticenza nel dono di sé, reticenza nel bene. Decidere da se stessi e in se stessi se, e cosa, donare; se, e su cosa, obbedire; se, e su cosa, costruire la comunione". Secondo il patriarca di Venezia, "essere preti, quindi, vuol dire essere segno di Gesù" e non soltanto perché, "per puro dono, abbiamo ricevuto da lui il suo potere ma poiché siamo arrivati a pensare come Gesù, a parlare come Gesù e in tutto abbiamo lo stile di Gesù. Un prete, infatti, non può limitarsi a dire: ma io sono fatto così...". Un invito poi alla sobrietà. "Nei gesti propriamente sacerdotali - in particolare in quello eucaristico - l'assemblea percepisce subito se il prete è disattento - ha rilevato - o se, invece, è impegnato a dare spazio al Signore Gesù oppure se pone se stesso al centro di tutto".

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