GREENPEACE IN AZIONE CONTRO LE TRIVELLE IN ADRIATICO
23/07/2015 17:31

Oggi un gruppo di attivisti di Greenpeace ha protestato pacificamente davanti alla piattaforma petrolifera offshore Sarago Mare A, posizionata a soli tre chilometri dalla costa di Civitanova Marche. Gli attivisti hanno steso a pelo d’acqua, proprio sotto la struttura gestita dalla Edison, un grande striscione galleggiante con la scritta “STOP TRIVELLE”. Poi si sono finti turisti di un possibile futuro prossimo, in cui le vacanze balneari potrebbero svolgersi all’ombra delle piattaforme petrolifere.

La protesta di Greenpeace fa parte della campagna TrivAdvisor (trivadvisor.greenpeace.it) con cui l’associazione ambientalista mette in guardia l’opinione pubblica dai piani del governo Renzi, che rischiano di regalare i nostri mari alle compagnie petrolifere. In poche settimane, più di 43 mila persone hanno già firmato la petizione di Greenpeace per chiedere una radicale revisione della strategia energetica basata sull’estrazione di petrolio e gas dai fondali marini.
«Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un attacco inedito e su vasta scala ai nostri mari», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. «Con la protesta di oggi vogliamo mostrare in maniera concreta la minaccia che incombe sui litorali italiani. È davvero questo il futuro che vogliamo, fatto di airgun, trivelle e piattaforme? Di petrolio sotto i nostri fondali ce n’è pochissimo: quantità irrisorie per il fabbisogno energetico del Paese, ma occasione di profitto per una manciata di aziende. Dovrebbe essere chiaro a tutti che il gioco non vale la candela».
Greenpeace ricorda che soltanto fra il 3 e il 12 giugno il Ministero dell’Ambiente ha autorizzato ben undici progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell’airgun. L’area concessa ai petrolieri copre tutto l’Adriatico e parte significativa dello Ionio. Nelle settimane precedenti un’altra serie di autorizzazioni aveva aperto la strada a un nuovo pozzo di ricerca, dieci pozzi di estrazione e all’installazione di una piattaforma a soli sei chilometri dalle coste abruzzesi. L’assalto ai mari italiani prosegue poi nel Canale di Sicilia, dove stanno per sorgere due nuove piattaforme e dove sono state autorizzate altre prospezioni con gli airgun.
Secondo le stime del ministero per lo Sviluppo Economico, le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di due mesi di consumi nazionali. Riempire i nostri mari di trivelle, dunque, non ridurrebbe la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero. E non porterebbe alcun vantaggio significativo per le entrate pubbliche: le attività di estrazione di idrocarburi offshore, infatti, generano gettiti fiscali modestissimi perché le compagnie si avvalgono di franchigie e royalties tra le più basse al mondo. Assai modeste anche le ricadute occupazionali, al più nell’ordine di poche migliaia di unità, mentre il rapporto tra investimenti e occupazione generata per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica sarebbe incomparabilmente superiore.
«Il governo Renzi cambi strategia. E le Regioni e i governi locali si oppongano con ogni mezzo a loro disposizione alla petrolizzazione dei mari italiani: ne va dei nostri ecosistemi, del turismo, della pesca, della salute delle comunità costiere e di noi tutti», conclude Boraschi.

GREENPEACE IN AZIONE CONTRO LE TRIVELLE IN ADRIATICO

Oggi un gruppo di attivisti di Greenpeace ha protestato pacificamente davanti alla piattaforma petrolifera offshore Sarago Mare A, posizionata a soli tre chilometri dalla costa di Civitanova Marche. Gli attivisti hanno steso a pelo d’acqua, proprio sotto la struttura gestita dalla Edison, un grande striscione galleggiante con la scritta “STOP TRIVELLE”. Poi si sono finti turisti di un possibile futuro prossimo, in cui le vacanze balneari potrebbero svolgersi all’ombra delle piattaforme petrolifere.

La protesta di Greenpeace fa parte della campagna TrivAdvisor (trivadvisor.greenpeace.it) con cui l’associazione ambientalista mette in guardia l’opinione pubblica dai piani del governo Renzi, che rischiano di regalare i nostri mari alle compagnie petrolifere. In poche settimane, più di 43 mila persone hanno già firmato la petizione di Greenpeace per chiedere una radicale revisione della strategia energetica basata sull’estrazione di petrolio e gas dai fondali marini.
«Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un attacco inedito e su vasta scala ai nostri mari», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. «Con la protesta di oggi vogliamo mostrare in maniera concreta la minaccia che incombe sui litorali italiani. È davvero questo il futuro che vogliamo, fatto di airgun, trivelle e piattaforme? Di petrolio sotto i nostri fondali ce n’è pochissimo: quantità irrisorie per il fabbisogno energetico del Paese, ma occasione di profitto per una manciata di aziende. Dovrebbe essere chiaro a tutti che il gioco non vale la candela».
Greenpeace ricorda che soltanto fra il 3 e il 12 giugno il Ministero dell’Ambiente ha autorizzato ben undici progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell’airgun. L’area concessa ai petrolieri copre tutto l’Adriatico e parte significativa dello Ionio. Nelle settimane precedenti un’altra serie di autorizzazioni aveva aperto la strada a un nuovo pozzo di ricerca, dieci pozzi di estrazione e all’installazione di una piattaforma a soli sei chilometri dalle coste abruzzesi. L’assalto ai mari italiani prosegue poi nel Canale di Sicilia, dove stanno per sorgere due nuove piattaforme e dove sono state autorizzate altre prospezioni con gli airgun.
Secondo le stime del ministero per lo Sviluppo Economico, le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di due mesi di consumi nazionali. Riempire i nostri mari di trivelle, dunque, non ridurrebbe la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero. E non porterebbe alcun vantaggio significativo per le entrate pubbliche: le attività di estrazione di idrocarburi offshore, infatti, generano gettiti fiscali modestissimi perché le compagnie si avvalgono di franchigie e royalties tra le più basse al mondo. Assai modeste anche le ricadute occupazionali, al più nell’ordine di poche migliaia di unità, mentre il rapporto tra investimenti e occupazione generata per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica sarebbe incomparabilmente superiore.
«Il governo Renzi cambi strategia. E le Regioni e i governi locali si oppongano con ogni mezzo a loro disposizione alla petrolizzazione dei mari italiani: ne va dei nostri ecosistemi, del turismo, della pesca, della salute delle comunità costiere e di noi tutti», conclude Boraschi.

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