LA MAFIA DEI PASCOLI, VIA AL MAXIPROCESSO 05/03/21

06 Marzo 2021 12:56

La mafia dei pascoli, è iniziato il Maxiprocesso.

Ospite: Giuseppe Antoci, Presidente  onorario Fondazione Caponnetto 

L’hanno chiamata la mafia dei pascoli, un intreccio tra cosche mafiose.
L’aula bunker del carcere di Gazzi non vedeva le gabbie così piene da tanto tempo, dagli anni dei grandi processi di mafia.

Novantasette gli imputati, davanti ai giudici del tribunale di Patti, in trasferta a Messina perché qui è il posto più vicino dove c’è un’aula in grado di contenere tutti, imputati, avvocati difensori e di parte civile, pubblici ministeri.

Imputati che avrebbero dovuto essere più di cento ma in nove hanno scelto il rito abbreviato.
Le accuse vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, dalla truffa aggravata, al danneggiamento in seguito a incendio.

Ma da oggi a Messina c’è alla sbarra la «mafia dei pascoli», quell’intreccio perverso e opaco tra cosche mafiose di tre province della Sicilia centro-orientale, tecnici «distratti» e funzionari pubblici infedeli, che per anni hanno consentito di incassare fondi europei e nazionali destinati a quelle zone, mettendosi in tasca una enorme quantità di denaro, almeno dieci milioni di euro, senza che i territori che dovevano goderne avessero mai visto un centesimo.

Mafia dei pascoli truffa all’Europa

Sullo sfondo, la vicenda personale e pubblica dell’ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, autore di un protocollo della legalità che porta il suo nome, stilato per dare ordine a quelle terre di nessuno tra le province di Messina, Enna e Catania, e poi divenuto modello per il Paese e legge dello Stato; lui stesso vittima di un clamoroso attentato dai contorni ancora poco chiari.

C’era anche lui, stamattina, all’avvio della prima udienza, assieme a diversi componenti della Commissione parlamentare antimafia: «Li voglio guardare negli occhi – ha detto Antoci – questi che hanno preso d’assalto un territorio; è giusto che la gente che è stata vessata e umiliata abbia finalmente giustizia».

Il processo nasce dall’inchiesta che, nel gennaio di un anno fa, portò all’«operazione Nebrodi» di Carabinieri e Guardia di finanza e che vide coinvolti non solo decine di mafiosi ma, appunto, anche tecnici e funzionari e perfino amministratori pubblici come l’ex sindaco di Tortorici Emanuele Galati Sardo, tra gli imputati; dopo il suo arresto, il Comune venne sciolto per mafia.

Oltre 150 aziende furono sequestrate. Alla sbarra ci sono le famiglie mafiose di Tortorici, paese sui monti Nebrodi spesso al centro delle cronache criminali, dei Batanesi e dei Bontempo Scavo, una volta rivali ma poi divenute alleate e in grado a loro volta di stringere accordi con le famiglie mafiose di Catania, Enna e Palermo, con l’unico scopo di mettere mano sul fiume di denaro pubblico destinato alle aree rurali. Operazione che avveniva spartendosi virtualmente enormi appezzamenti di terreno, anche fuori dalla Sicilia, per poi richiedere le sovvenzioni all’Ue tramite l’Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, «con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti», come scrisse il gip che firmò gli arresti un anno fa.

In pratica, le cosche presentavano tramite prestanomi richieste per terreni sui quali non risultavano precedenti domande di contributi; e pazienza se non erano disponibili, perché i proprietari venivano costretti in ogni modo; o se si trattava di terreni pubblici come quelli del fondo edifici di culto gestiti dalla prefettura di Siracusa e perfino alcune delle aree dove ci sono le antenne americane del Muos, a Niscemi.

Gli appezzamenti erano segnalati dai dipendenti dei Cca, i Centri di assistenza agricola, che potevano accedere alle banche dati. «Convinti» i proprietari, veniva istruita da funzionari corrotti la pratica per richiedere le somme all’Ue, che poi venivano accreditate al richiedente, di solito un prestanome dei boss, e spesso su conti esteri.

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