CARO CARBURANTE, IL BLUFF DELLA CRISI DI HORMUZ
La psicosi geopolitica si paga, al distributore. Da mesi gli automobilisti italiani assistono all'ennesima fiammata dei prezzi, giustificata dai mercati e dai telegiornali compiacenti con lo spauracchio della crisi in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici mondiali. Eppure, analizzando i dati della finanza, emerge una realtà speculativa ben diversa, che molte associazioni dei consumatori non esitano a definire una vera e propria truffa legalizzata nel silenzio assordante della politica italiana. Il paradosso è evidente: mentre il greggio scende o si stabilizza sui mercati internazionali, il prezzo della benzina e del diesel alla pompa resta artificialmente agganciato a "tariffe di guerra". Eppure nelle ultime settimane, le notizie di un parziale allentamento delle tensioni e la ripresa delle rotte alternative dal Golfo Persico hanno spinto il petrolio Brent a scendere sotto la quota dei 97 dollari al barile. Nonostante il ribasso della materia prima, i listini della rete stradale italiana continuano a registrare medie stabili intorno ai 2,12 - 2,15 euro al litro per la benzina self-service. Come è possibile che il greggio perda terreno e il carburante finito continui a svuotare le tasche dei cittadini? La risposta: pura speculazione. Per capire l'entità della speculazione, è necessario smontare la struttura del prezzo e comprendere la profonda differenza tra il valore del barile e quello della benzina al distributore. Un barile di petrolio equivale a circa 159 litri di greggio. Se il Brent quota, ad esempio, 96 dollari, significa che la materia prima grezza costa circa 0,60 dollari, circa 0,55 euro al litro. Com'è possibile, allora, che al distributore quel singolo litro superi i 2 euro? La trasformazione segue passaggi precisi, in cui si annidano i ricarichi della filiera. Per concludere bravi tutti in primis ENI a fissare ora un tetto al prezzo del carburante nelle aree di servizio. Però ENI che ha incassato 5,4 miliardi di profitti in più rispetto al 2025 , estrae la materia prima dai propri giacimenti in Africa , Medio Oriente e in parte in Italia e autonomamente raffina il prodotto senza quindi costi aggiuntivi se non l’affitto delle concessioni e del personale. Un finto sacrificio che ha in realtà riempito le stazioni Enilive indossando la maschera dei salvatori della Patria.