DUE ANNI DA SUVIANA, LE RISPOSTE ANCORA SOTT’ACQUA
Sono passati ormai quasi due anni, da quel tragico 9 aprile 2024: il giorno in cui, nella centrale idroelettrica di Bargi, nel bolognese, un'esplosione devastante uccise sette operai e tecnici Enel, e causò altri sei feriti. Tutte persone che stavano lavorando nelle gallerie sotterranee, impegnati in un collaudo ad un generatore della centrale idroelettrica di Green Power sul Lago di Suviana.
Una tragedia che costò la vita all'ingegnere padovano Adriano Scandellari, di Ponte San Nicolò, e che causò altri due feriti veneti tra gli operai, il padovano Stefano Bellabona e il veneziano Sandro Busetto.
Una strage, soprattutto, che a distanza di due anni vede le indagini ancora ad un punto morto. "È vergognoso non avere nemmeno una piccola risposta sul come e perché sia accaduto tutto questo", hanno accusato i parenti di una delle vittime in queste ore, ai giornali emiliani, "Non sappiamo nulla e le indagini non procedono, la paura più grande è che tutto finisca in una bolla di sapone, senza colpevoli".
Quel che si sa, è che al momento ci sono cinque persone nel registro degli indagati: tre di Enel e due dipendenti di società esterne, chiamati a rispondere delle accuse di disastro colposo, omicidio plurimo colposo sul lavoro e lesioni colpose.
Il grosso problema, è che gli ultimi tre piani interrati della centrale sono ancora sott'acqua. E fino a che non saranno bonificati, non si potrà chiudere definitivamente l'indagine con tutte le perizie previste. La consulenza chiesta dalla procura ai vigili del fuoco, a suo tempo, aveva permesso di recuperare al piano -6 i dispositivi utili alla ricostruzione dei fatti, ma per avere un quadro preciso è necessario scendere ancora e recuperare altro materiale sommerso.
Il via libera alo svuotamento spetta ora però al tavolo di coordinamento cui siedono Ausl, Arpae e Regione, che devono verificare se sussistono le condizioni per poter agire in sicurezza. Ad oggi non è così, e la Procura è ad un punto morto: deve decidere se attendere ancora, o se - ad un certo punto - chiudere l'indagine con i materiali e le prove di cui dispone. E quindi col rischio, in ogni caso, che la verità rimanga per sempre parziale, o comunque parzialmente sommersa.