notizie / 19/07/2026 14:26

TV7 NEXT - L'AI FINISCE IN TRIBUNALE

La battaglia tra editoria e intelligenza artificiale si fa sempre più dura. Un gruppo di testate guidato dal New York Times e dal New York Daily News ha chiesto a un giudice federale di Manhattan di sanzionare OpenAI, accusando l’azienda di aver ostacolato la ricerca di prove nel contenzioso sul copyright.
Il caso nasce da una domanda centrale per il futuro dell’informazione: le aziende che sviluppano modelli di intelligenza artificiale possono usare articoli giornalistici protetti da diritto d’autore per addestrare i propri sistemi senza autorizzazione e senza compenso?
Gli editori sostengono di no. Secondo la loro accusa, OpenAI e Microsoft avrebbero usato milioni di articoli senza permesso per addestrare i modelli alla base di ChatGPT. ChatGPT è un sistema di intelligenza artificiale generativa, cioè capace di produrre testo, risposte, sintesi e contenuti a partire dalle richieste degli utenti.
OpenAI respinge le accuse e sostiene che l’addestramento dei modelli possa rientrare nel fair use, la dottrina del diritto statunitense che consente, in alcuni casi, l’uso limitato di materiale protetto da copyright senza autorizzazione. È uno dei nodi più discussi nel rapporto tra intelligenza artificiale e diritto d’autore.
La nuova richiesta degli editori riguarda però un altro livello dello scontro: le prove. Secondo le testate, OpenAI avrebbe dichiarato al tribunale di non avere strumenti adeguati per cercare nei propri sistemi materiali protetti da copyright, mentre in seguito sarebbe emerso che l’azienda aveva già effettuato ricerche sui contenuti dei querelanti prima dell’avvio della causa.
Gli editori sostengono inoltre che miliardi di conversazioni di ChatGPT siano state cancellate, compresse o rese non più ricercabili, rendendo più difficile verificare se i sistemi abbiano riprodotto o utilizzato contenuti giornalistici protetti. OpenAI respinge questa ricostruzione e richiama anche il tema della privacy degli utenti, sostenendo che l’accesso ai log delle conversazioni possa esporre dati di persone non coinvolte nel procedimento.

IL CUORE DELLA CONTESA: IL VALORE DEL GIORNALISMO

Il nodo non è solo giuridico. È economico e culturale. Gli articoli giornalistici non sono semplici testi presenti online. Sono il risultato di lavoro redazionale, verifiche, fonti, archivi, competenze, inviati, correzioni, responsabilità legale e scelte editoriali.
Per le aziende di intelligenza artificiale, questi contenuti sono particolarmente preziosi perché offrono testi strutturati, aggiornati e linguisticamente affidabili. Un modello addestrato su informazione di qualità può rispondere meglio, sintetizzare meglio e apparire più autorevole.
Il problema è che, secondo gli editori, questo valore sarebbe stato incorporato nei sistemi di intelligenza artificiale senza un accordo economico. Le testate sostengono quindi che il lavoro giornalistico sia stato trasformato in materia prima per prodotti commerciali, senza riconoscere il diritto d’autore e senza costruire un modello di remunerazione.
La posizione delle aziende di intelligenza artificiale si basa invece sull’idea che l’addestramento dei modelli non sia una semplice copia, ma una trasformazione. Il modello non archivia necessariamente un articolo come farebbe una banca dati tradizionale, ma impara schemi linguistici, relazioni tra concetti e probabilità di sequenze testuali.
Questa distinzione è al centro delle cause in corso. Per gli editori, l’uso massiccio di articoli protetti resta uno sfruttamento non autorizzato. Per le aziende tecnologiche, l’addestramento è una forma di apprendimento computazionale che può produrre nuovi output e non sostituire necessariamente l’opera originaria.
La questione diventa ancora più delicata quando un sistema di intelligenza artificiale genera risposte che possono somigliare a contenuti protetti o sostituire la consultazione delle fonti originali. Se un utente ottiene una sintesi o una risposta senza visitare il sito del giornale, l’editore può perdere traffico, abbonamenti e valore pubblicitario.
Il rischio per l’editoria è evidente: i contenuti vengono usati per rendere più intelligenti i modelli, ma i benefici economici finiscono soprattutto alle piattaforme tecnologiche. È come se qualcuno leggesse ogni giorno il giornale al bar, poi aprisse una sua edicola automatica dall’altra parte della strada. Comoda, certo. Ma il giornale chi lo paga?

FAIR USE, PRIVACY E FUTURO DELLE LICENZE

Il secondo grande tema è il fair use. Nel diritto americano, il fair use permette alcuni usi di opere protette senza autorizzazione, valutando fattori come finalità dell’uso, natura dell’opera, quantità utilizzata e impatto sul mercato dell’opera originale.
Nel caso dell’intelligenza artificiale, l’applicazione del fair use è tutt’altro che scontata. Le aziende tecnologiche sostengono che l’addestramento sia trasformativo e necessario allo sviluppo di modelli capaci di generare nuovo contenuto. Gli editori ribattono che l’uso avviene su scala industriale, a fini commerciali e può danneggiare il mercato dei contenuti giornalistici.
Il tribunale dovrà quindi misurarsi con una domanda nuova: quando una macchina impara da milioni di testi protetti, si tratta di apprendimento legittimo o di uso non autorizzato di opere altrui?
La richiesta di sanzioni aggiunge un elemento ulteriore. Se il giudice ritenesse che OpenAI abbia ostacolato la ricerca delle prove o fornito informazioni scorrette, la causa potrebbe assumere un peso ancora maggiore. Le sanzioni processuali, infatti, non riguarderebbero solo il merito del copyright, ma anche il comportamento dell’azienda durante il procedimento.
C’è poi il tema della privacy. Le conversazioni degli utenti con ChatGPT possono contenere dati personali, professionali o sensibili. Gli editori chiedono di poter verificare se nei log emergano riproduzioni o usi dei loro contenuti. OpenAI sostiene che una consegna troppo ampia dei dati possa violare la riservatezza di persone estranee alla causa.
La tensione è reale. Da una parte serve accertare i fatti in tribunale. Dall’altra serve proteggere la privacy degli utenti. Il punto sarà trovare un equilibrio tra accesso alle prove, anonimizzazione, limiti tecnici e garanzie procedurali.
Questa causa si inserisce in un quadro più ampio. Diverse aziende di intelligenza artificiale sono state citate in giudizio da autori, editori, artisti e titolari di diritti. Alcuni casi hanno portato ad accordi economici, altri sono ancora aperti, altri ancora stanno definendo i confini tra innovazione e tutela del diritto d’autore.
Il futuro potrebbe andare in tre direzioni. La prima è una vittoria ampia delle aziende di intelligenza artificiale, con il riconoscimento del fair use per l’addestramento dei modelli. La seconda è una vittoria degli editori, che potrebbe imporre licenze, compensi e regole più stringenti. La terza, probabilmente la più realistica, è un sistema misto: accordi commerciali, licenze collettive, limiti tecnici e obblighi di trasparenza.
Alcuni editori hanno già scelto la strada degli accordi con le aziende di intelligenza artificiale. Altri, come il New York Times, hanno scelto la via giudiziaria. Questa divisione mostra quanto il settore dell’informazione stia cercando di capire quale modello possa garantire sostenibilità economica, tutela dei contenuti e presenza nel nuovo ecosistema digitale.
La questione riguarda anche il pubblico. Se il giornalismo perde risorse, si indeboliscono verifica, inchieste, copertura locale e qualità dell’informazione. Se invece l’intelligenza artificiale viene bloccata da regole troppo rigide, si rischia di rallentare tecnologie che possono avere usi utili anche per ricerca, accessibilità, produttività e conoscenza.
Il punto non è scegliere tra giornalisti e intelligenza artificiale. Il punto è costruire un rapporto più equilibrato. I modelli hanno bisogno di dati affidabili. Il giornalismo ha bisogno che il proprio valore venga riconosciuto. Senza contenuti di qualità, anche l’intelligenza artificiale rischia di diventare una macchina molto veloce per riciclare informazioni sempre più povere.
La causa del New York Times contro OpenAI e Microsoft potrebbe quindi segnare un passaggio storico. Non solo per stabilire chi abbia ragione in tribunale, ma per definire le regole economiche dell’informazione nell’era dell’intelligenza artificiale.
La domanda di fondo è semplice, anche se la risposta sarà complessa: chi paga il lavoro che addestra le macchine? Finché questa domanda resterà aperta, il rapporto tra editoria e AI continuerà a essere una delle frontiere più delicate dell’innovazione digitale.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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