notizie / 07/05/2026 12:04

TV7 NEXT - MINERALI CRITICI E TERRE RARE

La transizione energetica è indispensabile. Ridurre l’uso dei combustibili fossili, elettrificare i consumi, sviluppare rinnovabili, batterie, reti intelligenti e mobilità sostenibile è una delle grandi sfide del nostro tempo. Ma ogni transizione ha una filiera, e ogni filiera ha un costo. Il nuovo report dell’Università delle Nazioni Unite, pubblicato dallo United Nations University Institute for Water, Environment and Health, invita proprio a guardare questa parte meno visibile.
Il documento si intitola Critical Minerals, Water Insecurity and Injustice e affronta un tema delicato: l’estrazione dei minerali critici. Parliamo di litio, cobalto, rame, nichel, terre rare e altri materiali fondamentali per batterie, turbine eoliche, veicoli elettrici, data center e tecnologie pulite. Senza questi materiali, la transizione energetica rallenta. Ma il modo in cui vengono estratti e lavorati rischia di creare nuovi squilibri ambientali e sociali.
Il report utilizza un’espressione particolarmente forte: “zone di sacrificio”. Sono territori in cui l’acqua, la salute e gli ecosistemi vengono messi sotto pressione per alimentare una domanda globale che spesso produce benefici altrove. È una dinamica che ricorda da vicino le vecchie asimmetrie dell’economia fossile: il valore si concentra nei Paesi più ricchi e nelle filiere industriali avanzate, mentre i costi ambientali restano spesso nei luoghi di estrazione.

ACQUA, MINIERE E COMUNITÀ LOCALI

Uno dei dati più impressionanti riguarda l’acqua. Secondo il report, nel 2024 la produzione globale di litio avrebbe richiesto 456 miliardi di litri d’acqua. Per dare un ordine di grandezza, si tratta dell’equivalente del fabbisogno domestico annuo di circa 62 milioni di persone nell’Africa subsahariana.
Il caso del Salar de Atacama, in Cile, è emblematico. In questa regione, le attività minerarie arrivano a coprire fino al 65% del consumo idrico regionale. Questo significa che l’estrazione entra in competizione diretta con agricoltura, comunità locali ed ecosistemi. Le falde si abbassano, le lagune saline si restringono e le attività tradizionali diventano più difficili.
Nel cosiddetto “triangolo del litio”, tra Argentina, Cile e Bolivia, il consumo d’acqua legato all’estrazione incide anche su coltivazioni importanti per le comunità locali, come la quinoa. È un esempio molto concreto di come una tecnologia percepita come pulita nei Paesi consumatori possa produrre pressioni ambientali altrove.
Il tema non riguarda solo il litio. Nella Repubblica Democratica del Congo, dove si estraggono cobalto e rame, il report segnala contaminazione delle acque, fiumi troppo acidi per essere bevuti e impatti pesanti sugli ecosistemi. In alcune aree, i pesci sono spariti e i terreni agricoli risultano compromessi. A tutto questo si aggiungono conseguenze sanitarie che colpiscono soprattutto le comunità più esposte.
Il paradosso è evidente: la transizione energetica serve a ridurre l’impatto climatico globale, ma può generare danni locali molto gravi se le filiere non vengono governate con regole più stringenti.

RIFIUTI TOSSICI E FILIERE DA RIPENSARE

Il secondo grande nodo riguarda i rifiuti. Per ogni tonnellata di terre rare utilizzabili, il processo produttivo può generare fino a 2.000 tonnellate di scarti. Questi residui possono contenere acidi, metalli pesanti e sostanze radioattive. Se le vasche di trattamento e lisciviazione non sono gestite correttamente, il rischio è la contaminazione di suoli e falde acquifere.
Il problema, quindi, non è la transizione in sé, ma il modello industriale con cui viene realizzata. Se la nuova economia verde si limita a sostituire petrolio e gas con litio e cobalto, senza cambiare il rapporto con territori, risorse e comunità, il rischio è di riprodurre vecchie ingiustizie con materiali nuovi.
Il report indica alcune strade possibili. La prima è lo sviluppo di tecnologie estrattive meno dipendenti dall’acqua, fondamentali soprattutto nelle aree aride. La seconda è il riciclo dei minerali critici, che oggi resta ancora molto limitato. Per il litio, ad esempio, il riciclo copre meno del 5% della domanda. È una quota troppo bassa per incidere davvero sulle pressioni estrattive.
Serve poi progettare prodotti più durevoli, facilmente riparabili e più semplici da recuperare a fine vita. Batterie, dispositivi elettronici e componenti industriali andrebbero pensati fin dall’inizio in una logica circolare, non solo per funzionare bene durante l’uso, ma anche per essere smontati, recuperati e reimmessi nella filiera.
Un altro punto decisivo riguarda le regole. Le filiere dei minerali critici richiedono maggiore trasparenza, standard ambientali più solidi e obblighi di due diligence, cioè controlli lungo tutta la catena di fornitura. Non basta certificare il prodotto finale: serve sapere come e dove è stato estratto ciò che lo compone.
Questo non significa rallentare la transizione energetica. Al contrario, significa renderla più solida. Una transizione costruita su nuove forme di sfruttamento rischia di perdere credibilità e consenso. Una transizione capace di ridurre emissioni, consumo d’acqua, rifiuti e ingiustizie, invece, può diventare davvero sostenibile.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: passare da una transizione energetica solo tecnologica a una transizione industriale, ambientale e sociale. Perché una batteria non è pulita solo quando alimenta un’auto elettrica. Lo diventa davvero quando la sua intera filiera, dalla miniera al riciclo, rispetta acqua, salute e territori.


Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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