notizie / 16/07/2026 15:57

TV7 NEXT - PESCE, SCARTI E FUTURO

La blue bioeconomy, o bioeconomia blu, è una delle frontiere più interessanti della transizione sostenibile. Il concetto è semplice: usare risorse biologiche provenienti da ambienti acquatici, come pesci, alghe, crostacei e microrganismi marini, per produrre alimenti, mangimi, biomateriali, cosmetici, fertilizzanti, ingredienti nutraceutici e soluzioni industriali a minore impatto.
Un report commissionato da BIM, Bord Iascaigh Mhara, l’agenzia irlandese per lo sviluppo del settore ittico, e dal Donegal County Council analizza il potenziale della bioeconomia blu nel Nord-Ovest dell’Irlanda, con particolare attenzione all’area di Killybegs. Il documento nasce da un’esigenza molto concreta: capire come il settore della pesca possa diversificare le proprie attività in una fase di forte pressione economica e produttiva.
Killybegs è il principale porto peschereccio irlandese per valore e tonnellaggio. Secondo il report, nel 2024 ha registrato 181.597 tonnellate di sbarchi, per un valore di circa 127 milioni di euro. Il settore ittico locale genera centinaia di posti di lavoro diretti e indiretti, con una filiera che comprende pesca, trasformazione, acquacoltura, logistica, refrigerazione, ingegneria marina e servizi collegati.
Il problema è che le quote di pesca si stanno riducendo. Per il 2026 sono stati confermati tagli molto pesanti: meno 70% per lo sgombro, meno 41% per il melù e meno 22% per il pesce tamburo. Questo significa meno materia prima disponibile per barche e impianti di lavorazione. In un settore abituato a lavorare grandi volumi, la riduzione delle quote cambia tutto.
La domanda diventa quindi inevitabile: se si pesca meno, come si può creare più valore da ciò che si pesca?

DALLO SCARTO AL PRODOTTO AD ALTO VALORE

La bioeconomia blu parte proprio da questo cambio di prospettiva. Gli scarti della pesca e della lavorazione del pesce non sono solo rifiuti o materiali da gestire al minor costo possibile. Possono diventare nuove materie prime.
Pelle, lische, squame, gusci, viscere, acque di cottura e altri sottoprodotti possono contenere molecole utili: proteine, peptidi, collagene, gelatina, oli, chitosano, minerali, biostimolanti e composti bioattivi. Questi elementi possono essere usati in settori molto diversi: alimentazione funzionale, nutraceutica, cosmetica, mangimi, petfood, agricoltura, farmaceutica, bioplastiche e materiali sostenibili.
Il report evidenzia che oggi molte imprese del settore ittico irlandese gestiscono già sottoprodotti e scarti, ma spesso attraverso canali a basso valore. Una parte viene venduta per farine e oli di pesce, una parte per petfood, una parte viene compostata o destinata ad altri usi poco remunerativi. Per molte aziende l’obiettivo principale non è ancora creare nuovo valore, ma evitare costi di smaltimento e complessità regolatorie.
La differenza tra questi due approcci è enorme. Smaltire uno scarto è un costo. Trasformarlo in ingrediente, materiale o prodotto è un’opportunità industriale. Naturalmente non basta avere lo scarto. Serve sapere cosa contenga, come estrarre il valore, quale mercato possa acquistarlo, con quali regole, con quali standard di sicurezza e con quale modello economico.
Qui sta uno dei punti centrali dello studio. Molte imprese hanno iniziato a esplorare processi di valorizzazione, spesso con il supporto di BIM o di centri di ricerca. Sono stati analizzati progetti su idrolizzati proteici, recupero di nutrienti dalle acque di lavorazione, estrazione di creatina, fertilizzanti senza chimica di sintesi, proteine da viscere di salmone e ingredienti da sottoprodotti di crostacei.
Il problema è che molti progetti si sono fermati alla parte tecnica. In altre parole, si è capito come estrarre qualcosa, ma non sempre si è capito bene a chi venderlo, a quale prezzo, con quali autorizzazioni e con quale domanda reale. La bioeconomia non vive di buone intenzioni. Serve mercato. Altrimenti anche il progetto più sostenibile rischia di restare una bella provetta in laboratorio.
Gli esempi internazionali mostrano però che il salto è possibile. In Islanda, il modello “100% Fish” promosso dall’Iceland Ocean Cluster punta a utilizzare ogni parte del pesce. Secondo il report, l’utilizzo medio del pescato in Islanda sarebbe passato storicamente da circa il 45% a oltre il 90%, con un forte aumento del valore ricavato da ogni chilogrammo.
Uno dei casi più noti è Kerecis, azienda islandese nata dall’idea di usare pelle di merluzzo per prodotti medicali destinati alla rigenerazione dei tessuti. Un materiale che poteva essere considerato scarto è diventato un dispositivo sanitario ad alto valore. È una storia che spiega bene il potenziale della bioeconomia blu: non si tratta solo di fare qualcosa di “green”, ma di cambiare completamente il posizionamento economico di una materia prima. 

KILLYBEGS COME HUB DI INNOVAZIONE BLU

Il report non si limita a descrivere le opportunità. Indica anche cosa serva per trasformarle in attività economiche reali. La risposta è un ecosistema: imprese, ricerca, infrastrutture, formazione, mercato, finanza e governance.
Uno dei temi più importanti è la collaborazione. Le imprese della pesca sono spesso abituate a lavorare in modo autonomo, con modelli consolidati e filiere tradizionali. La bioeconomia blu richiede invece relazioni nuove: con università, centri di ricerca, aziende biotech, cosmetica, nutraceutica, farmaceutica, agricoltura e finanza. Serve uscire dalla logica del “pesco, congelo, vendo” e costruire filiere più complesse.
Il report propone diversi tipi di supporto. Prima di tutto, esposizione e attivazione: far conoscere agli imprenditori esempi concreti, casi di successo, mercati possibili e modelli già sperimentati in Paesi come Islanda, Norvegia, Belgio, Francia e Danimarca. Poi serve accompagnamento: consulenti, mentor e figure tecniche capaci di guidare le imprese passo dopo passo.
Un altro punto chiave è la validazione del mercato. Prima di investire in macchinari, impianti e personale, le aziende devono capire se esista davvero una domanda per un certo ingrediente o prodotto. Questo significa analisi di mercato, contatti con potenziali clienti, test commerciali e valutazioni economiche. La sostenibilità funziona quando incontra un mercato disposto a riconoscerne il valore.
Serve poi accesso a competenze scientifiche e tecniche. La lavorazione di scarti marini in proteine, peptidi, collagene o chitosano richiede bioprocessi, analisi, sicurezza alimentare, conoscenze regolatorie e capacità di scala. Non sono attività che un’impresa tradizionale della pesca possa improvvisare tra una linea di surgelazione e una cella frigorifera.
Per questo il report valuta anche la possibilità di sviluppare una struttura condivisa a Killybegs. Potrebbe includere spazi di coworking, laboratori, aree per formazione ed eventi, impianti pilota e infrastrutture per bioprocessi. Una struttura di questo tipo permetterebbe alle imprese di testare processi e prodotti senza dover sostenere da sole investimenti molto elevati.
Gli esempi europei mostrano che questo modello può funzionare. Biotep in Norvegia, Bio Base Europe Pilot Plant in Belgio, IDMer in Francia, Moorepark Technology in Irlanda e il National Bioeconomy Campus di Lisheen sono strutture che offrono accesso a impianti, competenze e servizi per lo sviluppo di nuovi prodotti. Il punto comune è che l’infrastruttura da sola non basta. Serve personale qualificato, legame con la ricerca, capacità di attrarre imprese e un modello economico sostenibile.
Killybegs ha alcuni vantaggi evidenti: porto, imprese, manodopera specializzata, vicinanza alla materia prima e una filiera già esistente. Ha però anche ostacoli importanti: riduzione delle quote, incertezza sull’accesso alla materia prima, scarsa conoscenza dei mercati bioeconomici, complessità regolatoria e prudenza negli investimenti.
La parte più interessante del report è proprio questa: la bioeconomia blu non viene raccontata come una formula magica. Non basta dire “facciamo prodotti dagli scarti” perché nasca una nuova industria. Serve un percorso lungo, fatto di prove, validazioni, fallimenti, collaborazioni e investimenti.
Il messaggio, però, è molto forte. La pesca europea non può continuare a dipendere solo dai volumi. Se le quote diminuiscono e la pressione ambientale aumenta, il futuro passa dalla capacità di ottenere più valore da meno risorsa. Questo vale per l’Irlanda, ma riguarda anche molti territori costieri italiani.
La blue bioeconomy mostra che la sostenibilità può diventare anche strategia industriale. Non perché ogni scarto diventi automaticamente oro, ma perché ogni filiera può chiedersi se stia usando davvero tutto il valore disponibile.
Il pesce, in fondo, racconta bene il cambio di paradigma. Per decenni il centro economico è stato il filetto. Tutto il resto veniva considerato secondario. Oggi pelle, ossa, squame, gusci e viscere possono diventare ingredienti per mercati ad alto valore. Il mare non offre solo prodotto alimentare. Offre materia, conoscenza, chimica naturale e opportunità di innovazione.
La vera sfida sarà costruire le condizioni perché le imprese possano fare questo salto. Non da sole, non al buio e non con slogan. Con ricerca, infrastrutture, mercato e accompagnamento. Perché la bioeconomia blu comincia quando uno scarto smette di essere un problema da smaltire e diventa una risorsa da progettare.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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