TV7 NEXT - RAEE: IL TESORO CHE FINISCE NEL SECCHIO
I RAEE, cioè i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, e le batterie esauste continuano a finire troppo spesso nel rifiuto indifferenziato. È un problema ambientale, industriale e di sicurezza. Dentro piccoli dispositivi, cavi, telecomandi, cellulari, pile e batterie non ci sono soltanto oggetti da buttare, ma materiali che potrebbero essere recuperati e reinseriti nei cicli produttivi.
Secondo quanto riportato da LifeGate, ogni anno ciascun italiano getta in media quasi due chili di RAEE e 0,12 chili di rifiuti di batterie tra i rifiuti urbani indifferenziati, invece di conferirli nei canali dedicati. In termini assoluti, significa oltre 57.600 tonnellate di RAEE e circa 3.300 tonnellate di batterie esauste che rischiano di finire in discarica o all’inceneritore.
Il tema è particolarmente rilevante perché questi rifiuti possono contenere materie prime critiche, cioè materiali strategici per elettronica, industria, batterie e transizione energetica. Perderli nel flusso indifferenziato significa ridurre le possibilità di recupero e aumentare la dipendenza da nuove estrazioni. A questo si aggiunge un rischio operativo: le batterie al litio, se presenti nei rifiuti urbani residui, possono causare principi di incendio durante le operazioni di trattamento.
RAEE E BATTERIE: COSA SI PUÒ RECUPERARE DALL’INDIFFERENZIATO
Uno studio realizzato dal Dipartimento di meccanica del Politecnico di Milano, da Erion Energy ed Erion WEEE analizza proprio la possibilità di rimuovere batterie esauste e piccoli RAEE dal flusso dei rifiuti indifferenziati. La conclusione è chiara: tecnicamente si può fare, ma servono investimenti e regole adeguate.
Lo studio ha preso come caso di riferimento l’impianto di Ecologia Viterbo, simulando l’integrazione di sistemi di apertura sacchi, scanner a raggi X, robot per l’identificazione e la separazione automatica. La tecnologia prevista combina sensori, intelligenza artificiale e sistemi robotizzati per riconoscere e intercettare i rifiuti che non dovrebbero trovarsi nell’indifferenziato.
L’effetto potenziale sarebbe significativo. Se le quantità oggi disperse venissero interamente intercettate, il tasso di raccolta dei piccoli RAEE potrebbe crescere dall’attuale 17 per cento al 37 per cento, mentre quello delle batterie portatili potrebbe passare dal 25 al 52 per cento. Sono numeri importanti, soprattutto se letti alla luce degli obiettivi europei, pari al 65 per cento per i RAEE e al 45 per cento per le batterie portatili esauste.
RAEE E BATTERIE: TECNOLOGIA, COSTI E REGOLE
Il nodo principale resta economico. L’introduzione delle tecnologie necessarie richiederebbe un investimento compreso tra 1,5 e 2,9 milioni di euro per impianto, a seconda del livello di automazione. Se applicata ai principali 60 impianti italiani, la misura richiederebbe un investimento complessivo tra 65 e 114 milioni di euro.
Questa cifra va letta in rapporto al settore dei rifiuti urbani in Italia, che secondo lo studio vale circa 15,7 miliardi di euro di fatturato. Il problema è che l’intercettazione di RAEE e batterie nell’indifferenziato non risulta profittevole da sola nel quadro tariffario attuale. In altre parole, il recupero è utile, ma non si ripaga automaticamente attraverso il libero mercato.
Per questo lo studio indica la necessità di strumenti di policy. Gli incentivi pubblici diretti potrebbero favorire l’installazione delle tecnologie, ma rischierebbero di produrre interventi isolati. Una strada ritenuta più efficace sarebbe l’introduzione di un obbligo normativo per intercettare batterie esauste e piccoli RAEE in tutti gli impianti di trattamento meccanico biologico. In questo modo l’investimento potrebbe essere integrato nei piani economico-finanziari degli impianti e nelle gare di affidamento del servizio.
La raccolta dedicata resta comunque la priorità. Le tecnologie negli impianti non devono sostituire i comportamenti corretti dei cittadini, ma completare il sistema quando l’errore è già avvenuto. Il messaggio è semplice: pile, batterie e piccoli dispositivi elettronici non dovrebbero finire nel secco. Quando accade, però, robot, sensori e intelligenza artificiale possono aiutare a recuperare ciò che altrimenti andrebbe perso.
La notizia racconta bene una fase nuova dell’economia circolare. Non basta chiedere ai cittadini di differenziare meglio. Serve anche costruire impianti capaci di correggere gli errori, recuperare materiali e ridurre i rischi. Perché dentro un vecchio telecomando o una batteria scarica non c’è solo un rifiuto. C’è una piccola quota di futuro industriale che sarebbe abbastanza sciocco mandare in fumo, letteralmente.
Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.