notizie / 10/09/2026 07:28

TV7 NEXT - RICERCA ITALIANA: BREVETTI POCHI

L’Italia è un Paese capace di produrre ricerca scientifica di qualità. Il problema è trasformare quella ricerca in brevetti, tecnologie, imprese innovative e crescita industriale. È questo il punto centrale dell’articolo pubblicato da ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, che riprende l’InnoTech Report 2026 di The European House Ambrosetti.
La ricerca e sviluppo, spesso indicata con la sigla R&S, è uno degli indicatori più importanti per capire la capacità di un Paese di innovare. Comprende investimenti pubblici e privati in conoscenza, tecnologia, sperimentazione, nuovi prodotti, nuovi processi e nuove soluzioni industriali. In generale, i Paesi che investono di più in ricerca e sviluppo tendono anche ad avere economie più dinamiche e una maggiore capacità di competere sui mercati globali.
Secondo l’analisi citata da ASviS, l’Italia resta però indietro. Nel Teha-Global Innosystem Index, l’indice elaborato da The European House Ambrosetti per valutare gli ecosistemi dell’innovazione, il nostro Paese si colloca al 31° posto, senza miglioramenti rispetto alla precedente rilevazione. Il punteggio cresce leggermente, ma non abbastanza da cambiare posizione.
Il dato più significativo riguarda gli investimenti. La spesa lorda italiana in ricerca e sviluppo si ferma all’1,37% del Pil, prodotto interno lordo, mentre la media dell’Unione europea è pari al 2,14%. Il Pil misura il valore complessivo dei beni e servizi prodotti da un Paese. La distanza tra Italia e media europea indica quindi che il nostro sistema economico investe ancora troppo poco nella generazione di conoscenza e innovazione.

IL PARADOSSO ITALIANO: PUBBLICAZIONI FORTI, BREVETTI DEBOLI

Il punto più interessante è che l’Italia non parte da una posizione debole sul piano scientifico. Al contrario, il nostro Paese produce ricerca di alto livello. In Europa è secondo dopo la Germania per contributo alla produzione scientifica più citata al mondo, con circa il 3% del totale globale. Questo significa che le pubblicazioni italiane hanno qualità, circolano nella comunità scientifica e vengono considerate rilevanti.
La difficoltà nasce nel passaggio successivo: trasformare la ricerca in proprietà industriale. Ogni anno l’Italia deposita circa 3.100 brevetti internazionali. La Germania ne deposita circa 16.800, la Francia 8.100. Il divario è ampio e racconta una fragilità strutturale: non basta produrre nuova conoscenza, serve anche proteggerla, valorizzarla e portarla verso il mercato.
Ancora più significativo è il tasso di conversione tra pubblicazioni scientifiche e brevetti. L’Italia riesce a trasformare in brevetti solo il 3% delle proprie pubblicazioni, mentre la Germania arriva al 14% e Francia e Paesi Bassi al 12%. Questo dato è forse il più chiaro: il laboratorio italiano funziona, ma il ponte verso l’industria resta troppo fragile.
Il brevetto non è solo un documento tecnico o legale. È uno strumento per proteggere un’invenzione, attrarre investimenti, costruire imprese, negoziare licenze e creare vantaggio competitivo. Senza brevetti, molte idee rischiano di restare pubblicazioni accademiche o di essere sviluppate commercialmente da altri Paesi.
Qui entra in gioco il trasferimento tecnologico. Con questa espressione si indica il processo che porta una scoperta, una tecnologia o una competenza dal mondo della ricerca al sistema produttivo. Può avvenire attraverso brevetti, licenze, startup innovative, collaborazioni con imprese, contratti di ricerca o spin-off universitari.
In Italia questo passaggio resta complicato. La ricerca genera conoscenza, ma non sempre trova gli strumenti per diventare innovazione economica. È un po’ come avere una cucina piena di ottimi ingredienti, chef preparati e ricette brillanti, ma poi non riuscire mai ad aprire il ristorante. Il profumo c’è. Il fatturato, un po’ meno.

TRASFERIMENTO TECNOLOGICO E CAPITALI: IL COLLO DI BOTTIGLIA

Una parte della debolezza riguarda i TTO, Technology Transfer Office, cioè gli uffici di trasferimento tecnologico. Queste strutture lavorano dentro università, enti pubblici di ricerca e istituti sanitari e hanno il compito di individuare invenzioni promettenti, proteggerle con brevetti, costruire rapporti con imprese e investitori e accompagnare la commercializzazione.
Secondo l’articolo ASviS, in Italia esistono 122 TTO: 67 nelle università, 9 negli enti pubblici di ricerca e 46 negli IRCCS, cioè Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Il problema è la dimensione. Il 61% di questi uffici impiega cinque persone o meno, mentre solo il 13% supera i dieci dipendenti a tempo pieno.
Sono numeri importanti perché il trasferimento tecnologico richiede competenze molto diverse: proprietà intellettuale, diritto dei brevetti, finanza, marketing tecnologico, scouting industriale, negoziazione, conoscenza dei mercati internazionali e capacità di dialogare con investitori e imprese. Con team troppo piccoli è difficile gestire portafogli brevettuali complessi o costruire relazioni stabili con l’industria.
C’è poi il tema del venture capital. Il venture capital è il capitale di rischio che finanzia startup e imprese innovative ad alto potenziale di crescita. In Italia il mercato è cresciuto: gli investimenti sono passati da circa 729 milioni di dollari nel 2020 a 1,7 miliardi nel 2025, con un incremento del 133%. È un segnale positivo, ma secondo l’analisi resta insufficiente per colmare il ritardo strutturale.
Il problema è che l’innovazione scientifica profonda, quella legata a biotecnologie, materiali avanzati, energia, intelligenza artificiale, semiconduttori, dispositivi medici o tecnologie industriali, richiede spesso più tempo e più capitale rispetto a una normale startup digitale. Serve finanziare sperimentazione, prototipi, certificazioni, impianti pilota, brevetti internazionali e accesso ai mercati.
Un ecosistema del capitale di rischio troppo piccolo o troppo concentrato geograficamente rischia quindi di non accompagnare le tecnologie nella fase più delicata: quella tra la scoperta e la crescita commerciale. È proprio lì che molte innovazioni possono fermarsi.
Le proposte indicate da The European House Ambrosetti vanno in tre direzioni. La prima riguarda la competitività strategica: definire una politica tecnologica nazionale, creare Zone speciali di innovazione e costruire un quadro normativo più adatto alla competizione internazionale. La seconda riguarda talenti e competenze: una Strategia nazionale STEM, cioè sulle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche, alfabetizzazione digitale e attrazione di talenti globali. La terza punta a sbloccare il potenziale della ricerca: più collaborazione tra università e imprese, maggiore remunerazione dei dottorandi, stabilità degli investimenti in ricerca e rafforzamento del trasferimento tecnologico.
Il messaggio è molto chiaro. L’Italia non parte da zero. Ha università, ricercatori, pubblicazioni di qualità, competenze scientifiche e settori industriali forti. Ma questo patrimonio non basta se manca l’infrastruttura per portarlo sul mercato.
Innovare non significa soltanto avere buone idee. Significa costruire un percorso che vada dalla ricerca alla proprietà intellettuale, dalla proprietà intellettuale al capitale, dal capitale all’impresa, dall’impresa al mercato. Ogni anello debole rallenta tutto il sistema.
Per un Paese manifatturiero come l’Italia, questa è una questione decisiva. La competitività futura dipenderà sempre di più dalla capacità di trasformare conoscenza in tecnologie proprietarie. Non solo produrre bene, ma possedere soluzioni, brevetti, piattaforme e competenze distintive.
La ricerca italiana ha già dimostrato di sapere generare qualità. Ora la sfida è evitare che quella qualità produca valore altrove. Perché un articolo scientifico citato nel mondo è motivo di orgoglio. Ma un brevetto sviluppato, finanziato e industrializzato in Italia può diventare lavoro, crescita, autonomia tecnologica e sviluppo sostenibile.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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