notizie / 29/04/2026 09:21

TV7 NEXT - ANTARTIDE, IL CALORE NASCOSTO

Per decenni il ghiaccio marino antartico ha rappresentato uno dei grandi enigmi del sistema climatico. Mentre l’Artico perdeva ghiaccio in modo sempre più evidente, attorno all’Antartide le banchise galleggianti sembravano seguire una dinamica opposta: dal 1970 fino al 2015 il ghiaccio marino aveva continuato ad aumentare. Poi, nel 2016, la tendenza si è interrotta bruscamente. Da quel momento la copertura glaciale ha iniziato una riduzione rapida, persistente e ancora oggi difficile da inquadrare completamente.
Un nuovo studio pubblicato su PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences, offre però una spiegazione più precisa. La ricerca, condotta da Earle Wilson, Lexi Arlen ed Ethan Campbell della Stanford Doerr School of Sustainability e della University of Washington, ha analizzato oltre vent’anni di dati raccolti dagli Argo float, robot subacquei autonomi che misurano temperatura e salinità degli oceani.
Questi strumenti, grandi più o meno come una persona, scendono in profondità, registrano dati, risalgono e li trasmettono via satellite. Alcuni operano anche sotto la banchisa antartica, accumulando informazioni preziose durante l’inverno e riemergendo quando il ghiaccio si ritira. Proprio questa rete di osservazione ha permesso ai ricercatori di ricostruire una dinamica che i modelli climatici tradizionali non avevano colto in modo sufficiente.

IL CALORE CHE RESTAVA IN PROFONDITÀ

La scoperta principale riguarda il ruolo del calore oceanico. Il ghiaccio marino antartico non sarebbe cresciuto perché l’oceano fosse semplicemente più freddo, ma perché il calore restava intrappolato in profondità.
Nell’Oceano Australe, che circonda il continente antartico, il funzionamento è diverso da quello a cui siamo abituati pensando a mari e laghi temperati. L’aria gelida raffredda l’acqua superficiale, mentre masse d’acqua più calde possono restare sotto. Tra il 2007 e il 2015, l’aumento di piogge e nevicate avrebbe reso la superficie più dolce, quindi più leggera e più stabile. Questo strato superficiale avrebbe impedito al calore profondo di risalire.
Il risultato è stato un apparente aumento del ghiaccio marino. Apparente, perché sotto quella crescita si stava accumulando energia. Una sorta di riserva termica nascosta, pronta a riemergere quando le condizioni atmosferiche fossero cambiate.
Il punto di rottura sarebbe arrivato nel 2016, quando i venti circumpolari hanno modificato il loro regime. Venti più intensi hanno spinto l’acqua superficiale verso il largo, permettendo al calore accumulato in profondità di risalire. La banchisa antartica si è così trovata esposta a un doppio attacco: dall’alto, per effetto del cambiamento atmosferico, e dal basso, per il calore dell’oceano.
Da allora il ghiaccio marino non è tornato ai livelli precedenti.

PERCHÉ IL GHIACCIO MARINO È UN ARGINE CLIMATICO

Il ghiaccio marino antartico non è solo una superficie bianca che riflette la luce solare. È anche una protezione fisica per le piattaforme di ghiaccio costiere, i cosiddetti ice shelves. Queste piattaforme funzionano come barriere naturali che rallentano lo scivolamento del ghiaccio continentale verso il mare.
Quando il ghiaccio marino si riduce, le onde raggiungono più facilmente le piattaforme costiere, favorendo fratture e instabilità. La catena degli effetti può diventare molto seria: meno ghiaccio marino significa maggiore erosione delle piattaforme, maggiore perdita di ghiaccio dalla terraferma e, nel tempo, ulteriore innalzamento del livello del mare.
La ricerca sottolinea anche un aspetto fondamentale: l’oceano ha una memoria molto più lunga dell’atmosfera. I cambiamenti osservati oggi non sono sempre la conseguenza diretta del meteo dell’anno precedente, ma possono derivare da processi accumulati per anni. L’oceano assorbe calore, lo trattiene e lo rilascia quando il sistema cambia equilibrio.
Resta aperta una domanda decisiva: quanto il cambiamento dei venti circumpolari sia dovuto al riscaldamento globale e quanto alla variabilità naturale. I ricercatori restano prudenti, perché la proporzione tra questi due fattori non è ancora definita. Tuttavia, è chiaro che un’atmosfera più calda può modificare i gradienti termici e influenzare la forza dei venti.
Il caso antartico dimostra quanto sia importante rafforzare la rete di osservazione subacquea. Gli Argo float hanno permesso di capire un processo rimasto invisibile per anni, ma la copertura dell’Oceano Australe è ancora limitata. Servono più dati, più continuità e più investimenti nella ricerca polare.
Perché il sistema climatico non sempre cambia in modo lineare. A volte accumula energia in silenzio e poi la rilascia tutta insieme. L’Antartide, oggi, ci sta ricordando proprio questo: il ghiaccio non racconta solo ciò che accade in superficie, ma anche ciò che l’oceano ha tenuto nascosto per anni.


Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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