TV7 NEXT - PESTICIDI: ECCO I MICROBI INTELLIGENTI
Proteggere le colture è una necessità. Ogni anno agricoltori di tutto il mondo spendono circa 80 miliardi di dollari in pesticidi per difendere raccolti, rese e sicurezza alimentare. Il problema è che molti pesticidi chimici non colpiscono soltanto insetti o patogeni dannosi. Possono avere effetti anche su api, batteri benefici del suolo, corsi d’acqua, ecosistemi e salute umana.
Da qui nasce una delle sfide più importanti dell’agricoltura contemporanea: trovare soluzioni che siano efficaci come i pesticidi chimici, ma più sicure per persone e ambiente. Non basta dire “meno chimica”. Serve offrire agli agricoltori strumenti che funzionino davvero, perché un raccolto perso non è un dettaglio ambientale: è reddito, lavoro, cibo e stabilità delle filiere.
Una startup nata dall’ecosistema del MIT, Massachusetts Institute of Technology, prova a rispondere a questa esigenza con un approccio biotecnologico. Si chiama Robigo ed è stata cofondata da Andee Wallace, che ha conseguito un dottorato al MIT. L’azienda usa microbi ingegnerizzati per combattere parassiti e malattie delle piante, con l’obiettivo di ridurre il ricorso ai pesticidi chimici.
La parola “microbi” può far pensare a qualcosa di pericoloso. In realtà molti microrganismi sono già fondamentali per la vita delle piante, per la fertilità del suolo e per gli equilibri degli ecosistemi agricoli. La differenza, nel caso di Robigo, è che questi microbi vengono progettati per svolgere una funzione specifica: proteggere le colture da determinati patogeni.
COME FUNZIONANO I MICROBI DI ROBIGO
Robigo lavora su microbi già robusti e sperimentati in ambito agricolo, dotandoli di nuove capacità attraverso la biologia sintetica. La biologia sintetica è una disciplina che combina biologia, ingegneria e informatica per progettare organismi viventi capaci di svolgere funzioni utili.
L’azienda inizialmente aveva esplorato l’uso di CRISPR, una tecnologia di editing genetico che permette di modificare il DNA in modo preciso. DNA significa acido desossiribonucleico, la molecola che contiene le istruzioni genetiche degli organismi viventi. In seguito Robigo si è spostata verso l’RNA interference, o RNAi.
RNA significa acido ribonucleico. L’RNA interference è un meccanismo biologico che può ridurre o bloccare l’espressione di alcuni geni. In modo semplice, può “spegnere” funzioni essenziali in un organismo bersaglio. Applicato all’agricoltura, questo significa sviluppare strumenti capaci di interferire con patogeni specifici, senza colpire indiscriminatamente tutto ciò che vive nel campo.
Il punto tecnico più interessante è che i microbi progettati da Robigo possono produrre e distribuire molecole bioattive direttamente nell’ambiente della pianta durante la stagione di crescita. MIT News spiega che la piattaforma ARGO dell’azienda combina biologia sintetica e progettazione computazionale proprietaria per creare microbi capaci di offrire prestazioni simili ai pesticidi chimici, ma con un profilo di sicurezza migliore per persone e ambiente.
Questo approccio è diverso da quello di molti pesticidi biologici tradizionali. Spesso le aziende cercano in natura un microrganismo con una certa proprietà utile, lo coltivano e lo applicano alle piante. Il problema è che un microbo molto specializzato potrebbe non sopravvivere bene in un suolo agricolo diverso, in un clima diverso o in un microbioma già popolato da altri organismi.
Robigo parte invece da microbi resistenti e già adatti all’uso agricolo, poi li dota di una funzione mirata. È come prendere un trattore solido e montargli un attrezzo nuovo, invece di sperare che un mezzo fragile, ma elegante, riesca a lavorare in un campo pieno di fango. Meno poesia, più raccolto.
Secondo MIT News, nei test condotti in campo su soia e lattuga in diverse aree degli Stati Uniti, una singola applicazione dei microbi di Robigo ha protetto le colture per l’intera stagione di crescita e ha raggiunto prestazioni comparabili a quelle di un pesticida chimico leader, con costi inferiori. In un confronto con un altro prodotto microbico commerciale, il sistema di Robigo avrebbe generato un aumento della resa del 250%.
Sono risultati importanti, anche se vanno letti con la cautela normale per tecnologie ancora in fase di crescita industriale. I test sul campo sono una fase essenziale, ma l’agricoltura reale richiede prestazioni stabili in contesti diversi: climi differenti, suoli differenti, colture differenti, pressioni diverse di parassiti e malattie.
PERCHÉ L’AGRICOLTURA CERCA ALTERNATIVE AI PESTICIDI CHIMICI
I pesticidi chimici hanno avuto un ruolo enorme nell’aumento della produttività agricola degli ultimi decenni. Hanno aiutato a proteggere i raccolti e a garantire quantità sufficienti di cibo. Ma il loro uso è sempre più sotto pressione per motivi ambientali, sanitari e regolatori.
Uno dei problemi riguarda la resistenza. Parassiti, funghi, batteri e infestanti possono diventare meno sensibili ai principi attivi usati ripetutamente. Quando questo accade, i prodotti diventano meno efficaci e gli agricoltori hanno meno strumenti a disposizione. MIT News segnala che negli ultimi 40 anni sono stati commercializzati soltanto due nuovi meccanismi d’azione per gli erbicidi, un dato che mostra quanto sia difficile innovare con la sola chimica tradizionale.
Un altro problema riguarda l’impatto sugli organismi non bersaglio. Le api e altri impollinatori sono fondamentali per molte colture. I batteri benefici del suolo aiutano la fertilità e la salute delle piante. I residui chimici possono raggiungere corsi d’acqua e habitat naturali. La protezione delle colture, quindi, non può essere separata dalla protezione dell’ecosistema agricolo.
Per questo il mercato guarda con crescente interesse ai pesticidi biologici. Possono derivare da estratti vegetali, prodotti naturali generati da microbi, peptidi, RNA o altre soluzioni biotecnologiche. Il loro vantaggio è un profilo ambientale potenzialmente migliore. Il limite, spesso, è la minore affidabilità percepita dagli agricoltori.
Qui si gioca la partita più difficile. Un prodotto sostenibile che non protegge il raccolto non verrà adottato. Un prodotto efficace ma dannoso crea problemi ambientali e sanitari. La vera innovazione sta nel tenere insieme prestazioni e sicurezza.
Robigo prova a inserirsi proprio in questo spazio. La startup non propone un ritorno all’agricoltura “naturale” intesa in senso romantico. Propone un’agricoltura ad alta tecnologia, dove la biologia venga progettata per ridurre l’impatto della chimica. È un approccio molto diverso dal semplice divieto: più che togliere strumenti agli agricoltori, punta a darne di nuovi.
Naturalmente restano molti passaggi da affrontare. I microbi ingegnerizzati richiedono valutazioni di sicurezza, autorizzazioni regolatorie, monitoraggi ambientali e prove in condizioni reali. Serve capire come si comportino nel tempo, come interagiscano con i microbiomi del suolo, quanto siano specifici, quanto durino e quali garanzie offrano su larga scala.
Serve anche fiducia. Gli agricoltori adottano innovazione quando vedono risultati, costi sostenibili e rischi gestibili. La sostenibilità, nei campi, non può essere solo un’etichetta. Deve entrare nei conti economici dell’azienda agricola.
Il caso Robigo racconta però una tendenza più ampia: la protezione delle colture sta entrando in una nuova fase. Dopo decenni dominati dalla chimica, la biotecnologia potrebbe aprire una generazione di strumenti più mirati, adattabili e meno impattanti.
L’agricoltura del futuro sarà probabilmente un sistema ibrido: dati, sensori, genetica, microbi, agronomia, robotica, gestione dell’acqua e pratiche rigenerative. Non una sola soluzione, ma un insieme di strumenti capaci di rendere le produzioni più resilienti.
La sfida è grande perché il sistema alimentare deve produrre abbastanza cibo per una popolazione globale crescente, affrontando allo stesso tempo cambiamento climatico, scarsità idrica, perdita di biodiversità e riduzione dell’uso di sostanze dannose.
In questo scenario, i microbi ingegnerizzati possono sembrare piccoli. In realtà potrebbero avere un ruolo enorme. Perché lavorano esattamente dove si gioca il futuro del cibo: nel rapporto tra pianta, suolo, patogeni e ambiente.
Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.