TV7 NEXT - AI E AMBIENTE
L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come una tecnologia leggera, invisibile, quasi sospesa nel cloud. In realtà, dietro ogni modello generativo, ogni richiesta elaborata da un assistente digitale e ogni applicazione avanzata ci sono infrastrutture fisiche molto concrete: data center, server, microchip, reti elettriche, sistemi di raffreddamento e grandi quantità di energia.
La crescita dell’AI sta accelerando la domanda di calcolo e, di conseguenza, la costruzione di nuovi data center. L’Italia, anche grazie alla propria posizione geografica e alla crescita del mercato digitale, punta a rafforzare il proprio ruolo come hub europeo. Questa prospettiva può generare investimenti, occupazione qualificata e nuove opportunità per le imprese. Ma porta con sé anche un costo ambientale che non può essere ignorato.
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, i data center italiani, concentrati per circa il 70% in Lombardia, consumano già tra 2 e 3 miliardi di litri d’acqua all’anno. È una quantità paragonabile al fabbisogno di una città di circa 40.000 abitanti. Il dato è particolarmente rilevante perché l’acqua sta diventando una risorsa sempre più critica, anche nel Nord Italia, tra siccità ricorrenti, agricoltura intensiva, industria e consumi civili.
Il problema non riguarda soltanto l’acqua. I data center richiedono anche molta energia elettrica. Il testo di riferimento indica una richiesta pari a 30 gigawatt e una possibile crescita dei consumi fino al 12,7% dell’elettricità nazionale entro il 2035, rispetto all’1,9% del 2024. Anche prendendo queste stime come scenario da verificare attentamente, il segnale è chiaro: la domanda energetica del digitale sta diventando una variabile strategica per il Paese.
ACQUA, RAFFREDDAMENTO E TERRITORI SOTTO PRESSIONE
Uno degli aspetti meno visibili dei data center riguarda il raffreddamento. I microchip utilizzati per l’intelligenza artificiale generano calore e possono superare temperature elevate durante il funzionamento. Per mantenerli efficienti e sicuri, gli impianti ricorrono a sistemi di raffreddamento sempre più sofisticati.
Alcuni sistemi utilizzano tecnologie evaporative, che abbassano la temperatura attraverso il consumo di acqua. In contesti dove la disponibilità idrica è ampia, il tema può sembrare gestibile. In territori già colpiti da stress idrico, invece, la questione diventa molto più delicata.
Il rischio è che la crescita delle infrastrutture digitali entri in competizione con altri usi dell’acqua: agricolo, industriale, civile e ambientale. Questo vale soprattutto se gli impianti vengono concentrati in poche aree, come sta avvenendo in Lombardia, dove la presenza di data center è già molto significativa.
A livello globale, i data center consumano centinaia di miliardi di litri d’acqua ogni anno. Le previsioni indicano una crescita molto forte entro il 2030, trainata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, del cloud e dei servizi digitali avanzati.
Il tema non è demonizzare queste infrastrutture. I data center sono necessari per far funzionare l’economia digitale. Senza di essi non ci sarebbero servizi cloud, applicazioni aziendali, piattaforme di ricerca, archivi sanitari digitali, sistemi di sicurezza informatica e molte soluzioni basate sull’AI.
Il nodo è la pianificazione. Un data center non è un edificio qualsiasi. Consuma energia, utilizza acqua, occupa suolo, richiede connessioni elettriche robuste e può modificare gli equilibri di un territorio. Per questo la sua collocazione richiede valutazioni attente, trasparenti e coordinate.
REGOLE, TRASPARENZA E SCELTE INDUSTRIALI
L’Unione Europea ha introdotto nel 2026 etichette obbligatorie per rendere più trasparenti i consumi dei data center. Energia utilizzata, consumo d’acqua e quota di fonti rinnovabili diventano informazioni centrali per valutare l’impatto ambientale di queste infrastrutture.
È un passaggio importante, perché senza dati comparabili non è possibile costruire politiche efficaci. Sapere quanta energia consuma un impianto, quanta acqua utilizza e quale quota proviene da fonti rinnovabili permette a istituzioni, cittadini e imprese di valutare meglio costi e benefici.
In Italia, però, restano nodi normativi aperti. Il testo di partenza segnala ambiguità urbanistiche e l’assenza di una legge nazionale capace di collegare in modo chiaro la valutazione d’impatto ambientale al consumo di suolo. Questo è un punto decisivo. La crescita dei data center non può essere affrontata solo come questione industriale o digitale: riguarda anche pianificazione territoriale, energia, acqua e ambiente.
Il Ministero delle Imprese ha siglato un protocollo con l’Associazione Italiana Data Center per snellire gli iter autorizzativi. La semplificazione può essere utile, soprattutto per attrarre investimenti e ridurre tempi amministrativi eccessivi. Ma la semplificazione ha senso se procede insieme a regole chiare. Altrimenti rischia di diventare una scorciatoia.
L’esperienza degli Stati Uniti mostra cosa possa accadere quando la crescita dei data center supera la capacità dei territori di governarla. In alcune aree, la costruzione di grandi impianti ha generato tensioni con le comunità locali, pressione sulle reti elettriche e preoccupazioni per l’uso dell’acqua.
L’Italia può evitare questi errori solo se affronta il tema in anticipo. Servono criteri nazionali per localizzare gli impianti, valutazioni ambientali solide, obblighi di trasparenza, uso crescente di energia rinnovabile, tecnologie di raffreddamento meno idroesigenti e coinvolgimento delle comunità interessate.
La transizione digitale non è separata dalla transizione ecologica. Al contrario, le due dimensioni stanno diventando sempre più intrecciate. L’intelligenza artificiale può aiutare a ottimizzare reti energetiche, processi industriali, monitoraggio ambientale e servizi pubblici. Ma per farlo in modo credibile richiede infrastrutture compatibili con i limiti ambientali.
Il punto non è scegliere tra AI e sostenibilità. Il punto è costruire una strategia in cui l’AI non aumenti problemi che promette di risolvere. Data center più efficienti, alimentati da energia pulita, progettati con attenzione all’acqua e inseriti in una pianificazione territoriale seria possono diventare parte della modernizzazione del Paese.
Senza questa visione, il rischio è diverso: trasformare la transizione digitale in un nuovo consumo intensivo di risorse, concentrato in pochi territori e poco comprensibile ai cittadini. L’Italia ha l’occasione di diventare un hub digitale europeo. La vera sfida è diventarlo senza dimenticare che anche il cloud, alla fine, sta da qualche parte sulla terra.
Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.