notizie / 29/06/2026 12:09

TV7 NEXT - L'ACQUA DIVENTA UN RISCHIO D’IMPRESA

L’acqua è una risorsa essenziale per la vita, ma anche per l’economia. Ogni prodotto, servizio e attività industriale dipende, direttamente o indirettamente, dalla disponibilità di acqua. Per questo le imprese non possono più considerarla una variabile marginale o scontata. La crisi idrica, la pressione sugli acquiferi, le perdite nelle reti e la crescente vulnerabilità delle filiere rendono la gestione dell’acqua una questione strategica.
Il dato globale aiuta a comprendere la portata del problema. Sul Pianeta esistono circa 1.400 milioni di miliardi di metri cubi d’acqua, ma solo il 2,5% è acqua dolce. Di questa quota, più del 99% è inaccessibile all’uomo, perché si trova nei ghiacci o troppo in profondità. Per bere, produrre, irrigare e sostenere le attività economiche possiamo quindi contare soltanto su una parte molto limitata: laghi, invasi, dighe e falde acquifere superficiali.
Questa disponibilità sta diventando sempre più fragile. Il 70% dei principali acquiferi mostra un declino di lungo periodo e il 40% dell’acqua destinata all’irrigazione viene prelevata da falde in progressivo esaurimento. Significa che una parte importante della produzione agricola e industriale dipende da risorse che si stanno riducendo.
L’Italia è particolarmente esposta. Secondo Istat, nel 2022 sono stati prelevati per uso potabile 9,14 miliardi di metri cubi d’acqua, pari a una media di 424 litri al giorno per abitante. In questo conteggio non rientra solo l’acqua domestica, ma anche quella usata da piccole imprese, alberghi, servizi, negozi, scuole, ospedali e attività agricole o industriali collegate alla rete pubblica.
Da oltre vent’anni il nostro Paese è il primo nell’Unione europea per quantità assoluta di acqua dolce prelevata per uso potabile da corpi idrici superficiali e sotterranei. A questo si aggiunge il problema delle perdite di rete: il 42,4% dell’acqua immessa nelle reti italiane si disperde durante la distribuzione. In termini assoluti sono 3,4 miliardi di metri cubi all’anno, una quantità sufficiente a soddisfare le esigenze idriche di tre quarti della popolazione italiana.

L’ACQUA NASCOSTA NEI PRODOTTI E IL RISCHIO PER LE IMPRESE

La pressione idrica non riguarda soltanto i prelievi diretti. Esiste anche una dimensione meno visibile: la water footprint, cioè l’impronta idrica. Questo indicatore misura l’acqua incorporata lungo tutte le fasi di produzione di beni e servizi, anche quando queste fasi avvengono fuori dai confini nazionali.
Sotto questo profilo, l’Italia è il Paese più idrovoro d’Europa. Secondo il Libro Bianco Valore Acqua 2026, pubblicato da TEHA il 18 marzo, il consumo annuo italiano è pari a circa 130 miliardi di metri cubi, contro una media europea di circa 30 miliardi di metri cubi all’anno, considerando Unione europea a 27 Paesi e Regno Unito.
Questo dato mostra quanto il rischio idrico sia legato alle filiere. Un’impresa può consumare relativamente poca acqua nei propri stabilimenti, ma dipendere da fornitori, materie prime e lavorazioni localizzate in aree esposte a siccità, stress idrico, alluvioni o problemi di qualità dell’acqua.
Il quadro più aggiornato arriva da CDP, organizzazione internazionale che raccoglie dati ambientali da imprese, città e istituzioni finanziarie. Nel questionario annuale sulla water security, sottoposto nel 2023 a 3.163 grandi aziende con ricavi superiori a 250 milioni di euro o dollari, 623 imprese hanno dichiarato rischi idrici rilevanti lungo la propria catena di fornitura.
L’impatto potenziale complessivo indicato è pari a 77 miliardi di dollari. In media, significa circa 124 milioni di dollari per azienda. Di questi, quasi 7 miliardi sono considerati a rischio immediato, collegati a eventi già in corso come siccità, alluvioni o problemi di qualità dell’acqua.
I rischi non sono solo fisici. La scarsità d’acqua può generare restrizioni all’uso della risorsa, aumento dei costi, conflitti con le comunità locali, danni ambientali, interruzioni operative e perdita di reputazione. Per un’impresa, questo significa minore continuità produttiva, maggiore esposizione finanziaria e possibili danni al valore del marchio.

GESTIRE L’ACQUA SIGNIFICA COINVOLGERE LA FILIERA

Il nodo principale è che gran parte del rischio si trova fuori dal perimetro diretto dell’azienda. Secondo CDP, le fasi iniziali della catena del valore possono rappresentare fino al 90% dell’uso complessivo di acqua associato a un prodotto. Questo significa che la vulnerabilità non dipende solo da quanto consumi un’impresa nei propri impianti, ma anche da dove siano localizzati i fornitori e da quali pratiche adottino.
Per questo la gestione dell’acqua richiede un salto di qualità. Non basta controllare il contatore interno o ridurre i consumi negli uffici. Serve misurare la filiera, raccogliere dati dai fornitori, valutare i rischi territoriali, inserire requisiti legati all’acqua nei contratti e sviluppare progetti comuni di riduzione degli impatti.
Secondo CDP, 1.542 aziende, cioè circa la metà del campione analizzato, dichiarano di coinvolgere la propria filiera nella gestione dei rischi idrici. Le azioni includono raccolta di dati, attività di sensibilizzazione, collaborazioni per soluzioni innovative e requisiti specifici nei rapporti di fornitura.
Questo approccio porta risultati concreti. Le aziende che includono i fornitori nelle proprie analisi hanno una probabilità sette volte maggiore di identificare criticità legate all’acqua. In altre parole, guardare oltre il cancello dell’azienda permette di vedere rischi che altrimenti resterebbero invisibili fino al momento della crisi.
La consapevolezza, però, non è ancora diffusa. Sempre secondo CDP, 894 aziende, pari al 28% del campione, non coinvolgono la filiera nella gestione dei rischi idrici e non prevedono di farlo nei prossimi due anni. È un dato preoccupante, perché mostra quanto molte imprese siano ancora ferme a una visione limitata del problema.
Gestire bene l’acqua significa proteggere continuità produttiva, reputazione e competitività. Significa anche ridurre conflitti con i territori e anticipare possibili cambiamenti normativi. In un contesto di stress idrico crescente, le imprese più preparate saranno quelle capaci di integrare la variabile acqua nelle decisioni strategiche.
Il tema riguarda tutti i settori, anche quelli che non si percepiscono come idro-intensivi. Moda, alimentare, elettronica, chimica, energia, edilizia, logistica e grande distribuzione dipendono da materie prime e processi che possono incorporare grandi quantità d’acqua.
La sostenibilità idrica non è quindi un dettaglio tecnico da affidare solo ai responsabili ambientali. È una questione di governance. Riguarda acquisti, contratti, gestione dei fornitori, investimenti, innovazione, reporting e relazione con investitori e comunità.
L’acqua sta diventando uno degli indicatori più concreti della resilienza aziendale. Un’impresa che sa dove, come e quanta acqua venga utilizzata lungo la propria filiera può prevenire rischi, ridurre sprechi e prendere decisioni più solide.
Una cosa è certa: l’acqua non può più essere considerata infinita, gratuita o sempre disponibile. Per anni molte aziende l’hanno trattata come una risorsa di sfondo. Oggi diventa una voce centrale del rischio d’impresa. E chi non la misura rischia di scoprire troppo tardi quanto costi davvero non averla gestita.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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