CASTEL D’AZZANO: I RAMPONI A PROCESSO IL 26 OTTOBRE
Sono stati tutti e tre rinviati a giudizio, e saranno chiamati a rispondere di accuse gravissime che potrebbero costare loro l'ergastolo: strage in concorso, detenzione di esplosivi, minacce e violenze a pubblico ufficiale. Inizierà il 26 ottobre, davanti alla corte d'assise del Tribunale di Verona, il processo a carico dei tre fratelli Dino, Maria Luisa e Franco Ramponi: lo ha stabilito la giudice Beatrice Marini, che nel corso dell'udienza preliminare, tenutasi a porte chiuse, ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura veronese per tutti e tre gli imputati, ora chiamati a rispondere dell'uccisione di tre carabinieri e del ferimento di più di una ventina di altre persone, in quella che meno di un anno fa venne tristemente ribattezzata come la "strage di castel d'Azzano".
Era il 14 ottobre scorso, le due del mattino: nel blitz delle forze speciali, ordinato nel casolare di proprietà dei tre fratelli, già pignorato e da sgomberare su ordine del giudice, vennero fatte esplodere alcune bombole di gas dopo aver cosparso le stanze di benzina e bottiglie molotov. Nell'esplosione restarono ferite altre 26 persone, mentre i tre carabinieri Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello persero la vita, schiacciati sotto la deflagrazione che fece crollare il solario del primo piano.
I tre fratelli, nei primi giorni dopo l'arresto, erano stati divisi, ma reclusi tutti nel penitenziario di Montorio Veronese. Si decise di spostare due di loro (Dino a Trento, e Franco a Vicenza) perché erano comunque riusciti a scambiarsi dei bigliettini. Da allora non si sono più incrociati, e nemmeno oggi: in aula a Verona si è presentato solo Franco, mentre Dino e Maria Luisa hanno scelto di restare in cella. Erano presenti invece i parenti delle tre vittime, alcuni colleghi carabinieri rimasti feriti, e gli avvocati di circa una ventina di parti civili che hanno chiesto di essere ammesse a processo.
La giudice ha respinto, la richiesta dei tre indagati di esame della capacità di intendere e di volere. Ma soprattutto i legali dei due fratelli Dino e Franco, che al momento dello scoppio erano già all'esterno, hanno sostenuto l'estraneità dei loro assistiti al concorso in strage. La miccia, al momento dello scoppio devastante, venne in effetti innescata da Maria Luisa, mentre i due fratelli fuggivano nei campi. Ma per la procura scaligera il loro piano era stato organizzato insieme, e per questo l'accusa di strage in concorso.
Nodo ancora irrisolto, è invece quello delle responsabilità della catena di comando: il fratello di marco Piffari, una delle tre vittime, aveva presentato un esposto alcuni mesi fa chiedendo di fare chiarezza sulle eventuali responsabilità in capo a chi studiò la strategia dello sgombero.
"Si volevano solo suicidare. Si volevano ammazzare pur di non consegnare la casa, ma non volevano uccidere nessuno", ha detto il legale di Franco Ramponi, l'unico dei tre fratelli presente in aula. Ma la ricostruzione, anche stando ai deliri di Maria Luisa, immortalati nei video di quell'inferno di macerie e fuoco, raccontavano qualcosa di diverso.