PROTEZIONE CIVILE, UNA SENTENZA CHE DIVENTA UN CASO
Cinquant'anni fa, dopo il devastante terremoto del 1976, in Friuli erano nate le prime strutture volontarie di pronto intervento in caso di calamità, quella che oggi è diventata la Protezione Civile. E proprio dal Friuli, oggi, arriva invece la sentenza di un giudice che rischia per sempre di cambiare il panorama e l'operatività d'intervento di questi corpi. Tutto accade dopo la morte, nel 2023, di un volontario, ex vigile del fuoco: Giuseppe De Paoli, 74 anni, venne travolto da un ramo mentre stava partecipando alle operazioni di ripristino della viabilità dopo un’ondata di maltempo in Carnia, e purtroppo perse la vita. La procura, allora, aveva contestato a sindaco e assessore comunale alla protezione civile di Preone, un paesino di montagna in provincia di Udine, di non aver fornito ai volontari le informazioni necessarie un'adeguata formazione per affrontare l’intervento. Il Pm aveva chiesto l'archiviazione, il GUP invece aveva comunque disposto il rinvio a giudizio per entrambi. Che oggi sono stati condannati in primo grado per concorso in omicidio colposo a un anno di reclusione, con sospensione della pena, e ad una provvisionale di 50 mila euro. Una sentenza, che rischia di innescare una reazione a catena in centinaia di sezioni di Protezione Civile, in tutto il paese.
Il processo friulano è diventano un caso, tanto che molti sindaci della zona hanno annunciato l’intenzione di non partecipare alle manifestazioni per i 50 anni del terremoto del Friuli in segno di protesta. L’assessore regionale alla Protezione civile, Riccardo Riccardi, ha incontrato gli amministratori a Tolmezzo, ponendo il serio problema dei correttivi da apportare alle norme.