TV7 NEXT - IL PARADOSSO INDIANO CON L'AI
In India milioni di lavoratori stanno partecipando, spesso in modo silenzioso, a una delle trasformazioni più rilevanti del mercato globale del lavoro. Filmano le proprie attività, registrano gesti quotidiani, mostrano sequenze operative, movimenti e procedure. Quei video diventano dati. Quei dati servono ad addestrare sistemi di intelligenza artificiale e robot che, in futuro, potrebbero svolgere proprio quelle stesse mansioni.
È un paradosso potente: l’essere umano insegna alla macchina a fare il suo lavoro, mentre non è detto che riceva strumenti adeguati per adattarsi al cambiamento. Il fenomeno coinvolge operai, artigiani e lavoratori di diversi settori. Tra le attività registrate ci sono gesti apparentemente semplici, come piegare vestiti, stirare, sistemare oggetti o ripetere mansioni manuali in fabbriche tessili.
Il processo avviene attraverso telecamere, dispositivi indossabili e occhiali intelligenti. Ogni movimento viene catturato, trasformato in informazione e poi utilizzato per addestrare modelli di AI, sigla inglese che indica l’intelligenza artificiale. Il risultato è una grande banca dati del lavoro umano, costruita a partire da gesti reali, ripetuti ogni giorno da persone in carne e ossa.
Una delle società coinvolte in questo mercato è Objectways, con sede principale negli Stati Uniti e laboratori in India. La scelta del Paese non è casuale. L’India offre una forza lavoro vastissima, costi più bassi rispetto ai mercati occidentali e una crescente centralità nella filiera digitale mondiale. Il lavoro umano diventa così una risorsa strategica per accelerare lo sviluppo di automazione, robotica e intelligenza artificiale.
L’INDIA CORRE NELLA SFIDA GLOBALE DELL’AI
Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio. L’India sta investendo con decisione nell’intelligenza artificiale, nei data center e nella produzione di chip, cioè i semiconduttori alla base dei dispositivi elettronici e delle infrastrutture digitali. Si parla di investimenti molto consistenti, con l’obiettivo di evitare che il Paese resti ai margini della competizione tecnologica tra Stati Uniti, Cina ed Europa.
Colossi locali come Adani e Reliance stanno puntando su data center alimentati da energie rinnovabili. Il governo, intanto, offre incentivi fiscali per attrarre investitori stranieri e sviluppare infrastrutture AI nel Paese. La strategia è chiara: trasformare l’India in un grande hub tecnologico, capace di attrarre capitali, competenze e imprese globali.
Questa corsa può portare vantaggi importanti. Può creare nuove filiere industriali, rafforzare le infrastrutture digitali, attrarre investimenti e far crescere occupazione qualificata. L’intelligenza artificiale può anche aumentare la produttività, migliorare processi e aprire nuove professioni.
Il punto critico riguarda però la distribuzione dei benefici. Non tutti i lavoratori partono dalla stessa posizione. Chi possiede competenze digitali avanzate può trovare nuove opportunità. Chi svolge mansioni ripetitive, manuali o informali rischia invece di essere il primo ad addestrare la tecnologia e l’ultimo a raccoglierne i vantaggi.
Secondo un rapporto del think tank ICRIER, sostenuto da OpenAI, l’intelligenza artificiale non starebbe causando una perdita massiccia di posti nel settore informatico indiano. Il cambiamento riguarda piuttosto la trasformazione dei ruoli e della produttività. Le aziende riducono le assunzioni di massa e cercano profili più specializzati.
Questa dinamica racconta bene la direzione del mercato. L’AI non elimina sempre il lavoro in modo immediato. Spesso lo riorganizza, lo rende più selettivo, sposta il valore verso competenze più tecniche e lascia meno spazio alle attività standardizzate. Per chi possa formarsi, questa trasformazione può essere una porta. Per chi non abbia accesso alla formazione, può diventare un muro.
IL LAVORO INFORMALE RISCHIA DI RESTARE INDIETRO
Il nodo più delicato riguarda la struttura del lavoro indiano. Una parte molto ampia della forza lavoro opera nell’economia informale. Si tratta di lavoratori con tutele limitate, redditi spesso instabili, minore accesso alla formazione e scarsa protezione davanti ai cambiamenti tecnologici.
In questo contesto, l’intelligenza artificiale può accentuare disuguaglianze già esistenti. Chi registra i propri movimenti per addestrare un sistema può ricevere un compenso immediato, ma non necessariamente un percorso di crescita professionale. Il rischio è che il valore prodotto dai dati del lavoro umano venga catturato soprattutto dalle aziende tecnologiche, mentre ai lavoratori resti solo una parte minima del beneficio.
Il tema non riguarda soltanto l’India. Molte tecnologie digitali globali si basano su lavoro invisibile: persone che etichettano immagini, correggono dati, moderano contenuti, registrano movimenti, verificano risposte generate da sistemi automatici. Senza questo lavoro umano, l’intelligenza artificiale non sarebbe così efficace. Paradossalmente, proprio questo lavoro viene spesso raccontato come se non esistesse.
Alcuni esperti immaginano un futuro di collaborazione tra esseri umani e robot. Un saldatore indiano, ad esempio, potrebbe controllare a distanza un robot saldatore in Europa. È una prospettiva interessante, perché mostra come la tecnologia possa spostare competenze e creare forme nuove di lavoro remoto industriale.
La domanda vera riguarda l’accesso a quel futuro. Perché questa collaborazione funzioni, servono formazione tecnica, connessioni affidabili, certificazioni, diritti, contratti e protezioni sociali. Senza questi elementi, la collaborazione rischia di trasformarsi in sostituzione.
L’India si trova quindi davanti a una doppia sfida. Da un lato vuole diventare protagonista della corsa globale all’intelligenza artificiale. Dall’altro ha bisogno di evitare che milioni di lavoratori restino esclusi dal cambiamento che stanno aiutando a costruire.
La soluzione non può essere fermare l’innovazione. Sarebbe irrealistico e poco utile. Serve però governarla. Questo significa creare percorsi di formazione, proteggere i lavoratori informali, garantire trasparenza nell’uso dei dati raccolti e assicurare che una parte del valore generato dall’automazione torni anche a chi ha fornito le competenze di partenza.
Il caso indiano è una lente sul futuro del lavoro globale. L’intelligenza artificiale non nasce dal nulla. Viene addestrata da persone, gesti, competenze, errori, correzioni e attività quotidiane. Dietro ogni robot capace di muoversi meglio c’è spesso qualcuno che ha mostrato come farlo.
La vera domanda, allora, non è solo quanto diventeranno intelligenti le macchine. La domanda è quanto saranno intelligenti le società nel proteggere le persone che le stanno istruendo. Innovare senza includere può produrre crescita, ma anche nuove fragilità. L’India corre veloce. La sfida è fare in modo che milioni di lavoratori non restino fermi mentre il futuro passa davanti.
Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.