notizie / 15/09/2026 12:53

TV7 NEXT - INCENDI, L’EUROPA BRUCIA DI PIÙ

Gli incendi in Europa stanno cambiando scala. Non riguardano più soltanto le aree mediterranee tradizionalmente esposte al fuoco, come Grecia, Italia, Spagna o Portogallo. Il rischio si sta estendendo anche verso l’Europa centrale e occidentale, coinvolgendo territori meno abituati a pianificare evacuazioni, gestione forestale e protezione civile contro roghi di grandi dimensioni.
Uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research, pubblicato su Global Change Biology e ripreso da Futuro Prossimo, indica che entro la fine del secolo la superficie bruciata ogni anno in Europa potrebbe crescere sensibilmente. Nello scenario a basse emissioni, associato a circa 1,8 gradi di riscaldamento globale, l’aumento stimato sarebbe del 39%. Nello scenario ad alte emissioni, associato a circa 3,6 gradi, la crescita arriverebbe al 192%.
Il dato è forte perché racconta una trasformazione strutturale. Gli incendi non sono più solo eventi da affrontare quando partono le fiamme. Sono il risultato di una combinazione tra clima, uso del suolo, vegetazione, siccità, vento, abbandono di territori rurali, infrastrutture vulnerabili e capacità di intervento.
Secondo l’articolo, nell’estate 2026 l’Europa ha già visto bruciare 550.000 ettari nell’Unione europea, un valore pari a circa due volte e mezzo la media storica per lo stesso momento dell’anno. Nelle settimane precedenti, Francia e Spagna avevano registrato evacuazioni su larga scala, con centinaia di migliaia di persone coinvolte.
Questo significa che il tema non riguarda soltanto foreste e biodiversità. Riguarda anche sicurezza delle persone, turismo, agricoltura, assicurazioni, infrastrutture, reti elettriche, salute pubblica e capacità amministrativa dei territori. Un incendio estremo non brucia solo alberi. Brucia anche bilanci comunali, stagioni turistiche, raccolti, case e fiducia nella capacità di proteggere il territorio.

IL CLIMA RENDE GLI INCENDI PIÙ PROBABILI

Perché gli incendi aumentano? La risposta non sta in una sola causa. Il cambiamento climatico crea condizioni più favorevoli alla propagazione del fuoco: temperature più alte, periodi più lunghi senza pioggia, suoli più secchi, vegetazione più infiammabile e ondate di calore più intense.
Il fuoco, naturalmente, può essere innescato da cause diverse: attività umane, incidenti, fulmini, comportamenti illeciti o gestione imprudente del territorio. Ma l’innesco è solo l’inizio. Ciò che determina la gravità dell’incendio è l’ambiente in cui quel fuoco si sviluppa. Se la vegetazione è secca, il vento è forte e il caldo dura da settimane, un focolaio può trasformarsi rapidamente in un evento difficile da contenere.
Lo studio citato confronta le proiezioni per il periodo 2070-2100 con la media modellata del periodo 2000-2030. I ricercatori hanno usato due approcci: il primo valuta come cambino le condizioni meteo favorevoli agli incendi, quindi caldo, siccità e vento; il secondo prova a stimare quanto la gestione umana possa compensare l’aumento del rischio.
Questo passaggio è importante perché evita una lettura fatalista. Gli incendi non sono un destino già scritto. Le scelte umane contano, sia sul fronte climatico sia sul fronte della prevenzione. Il problema è che più il clima si scalda, più diventa difficile compensare con la sola gestione antincendio.
In altre parole: i canadair servono, le squadre a terra servono, le tecnologie servono. Ma se il contesto diventa più caldo, secco e ventoso, la lotta agli incendi assomiglia sempre di più a una corsa in salita. Con lo zaino pieno. E magari anche senza aver fatto colazione.
Lo scenario a basse emissioni mostra comunque un aumento del 39% della superficie bruciata ogni anno. Questo significa che una parte del rischio è già incorporata nel sistema climatico. Lo scenario ad alte emissioni, invece, mostra un aumento del 192%, cioè quasi una triplicazione. La distanza tra questi due numeri è il vero spazio della decisione politica.
Ridurre le emissioni non azzera il rischio, ma evita che il problema diventi molto più grande. La differenza tra 39% e 192% non è una sfumatura statistica. È la differenza tra un sistema sotto stress e un sistema potenzialmente fuori controllo.

PREVENZIONE, GESTIONE E NUOVA PROTEZIONE CIVILE

La parte più concreta dello studio riguarda il ruolo dell’azione umana. Investire seriamente in prevenzione e lotta agli incendi potrebbe ridurre la superficie bruciata del 92% nello scenario a basse emissioni e del 72% nello scenario più grave. Sono percentuali molto alte, che mostrano quanto la gestione del territorio possa incidere.
La prevenzione però non significa solo aumentare i mezzi per spegnere. Significa ridurre il rischio prima che il fuoco parta. Gestione forestale, pulizia del sottobosco, creazione di fasce tagliafuoco, manutenzione delle aree rurali, controllo dell’abbandono dei terreni, sorveglianza, educazione dei cittadini, sistemi di allerta e piani di evacuazione sono parte della stessa strategia.
C’è poi il ruolo delle tecnologie. Droni, satelliti, sensori, intelligenza artificiale e sistemi di rilevamento precoce possono aiutare a individuare rapidamente focolai e a coordinare gli interventi. L’intelligenza artificiale, cioè sistemi informatici capaci di analizzare dati e riconoscere schemi, può incrociare informazioni su vento, umidità, temperatura, vegetazione e presenza umana per stimare le aree più a rischio.
Questi strumenti sono utili, ma non sono bacchette magiche. Funzionano se inseriti in una macchina organizzativa efficiente: personale formato, comunicazioni affidabili, mezzi disponibili, procedure chiare e comunità preparate. Un algoritmo che individua un incendio in tempo reale serve poco se poi il territorio non ha strade, piani, squadre o acqua sufficiente.
Il punto più delicato è il limite dei sistemi antincendio attuali. Secondo lo studio, le stime sulla capacità di contenere gli incendi potrebbero essere ottimistiche in uno scenario di clima molto più caldo. Questo perché i modelli di gestione sono stati calibrati su incendi di una certa dimensione. Se gli incendi diventano più grandi, più veloci e più estremi, quei modelli potrebbero non funzionare più come previsto.
Qui emerge una questione nuova per l’Europa. Molti Paesi del Centro e del Nord Europa non hanno una lunga esperienza di grandi incendi boschivi. Le loro infrastrutture di emergenza sono state costruite storicamente su altri rischi: alluvioni, tempeste, neve, freddo, dissesto idrogeologico. Con il riscaldamento globale, anche questi territori potrebbero aver bisogno di piani antincendio più avanzati.
La gestione degli incendi deve quindi diventare una politica permanente, non una reazione stagionale. Non basta mobilitarsi quando la colonna di fumo è già visibile. Serve lavorare nei mesi precedenti: mappare le aree a rischio, coordinare Comuni e regioni, formare volontari, aggiornare i piani di protezione civile, proteggere le case nelle interfacce urbano-forestali e coinvolgere agricoltori, imprese turistiche e cittadini.
L’interfaccia urbano-forestale è l’area in cui abitazioni, infrastrutture e vegetazione naturale si incontrano. È uno dei punti più vulnerabili, perché il fuoco può passare rapidamente dai boschi alle case e dalle case ad altri materiali combustibili. In Europa molte seconde case, campeggi, villaggi turistici e aree rurali si trovano proprio in queste zone.
Anche l’agricoltura ha un ruolo. Terreni abbandonati, pascoli non gestiti e vegetazione secca possono aumentare il carico combustibile. Al contrario, paesaggi agricoli curati, mosaici di colture, pascolo controllato e manutenzione rurale possono ridurre la continuità del materiale infiammabile. La prevenzione degli incendi è quindi anche politica agricola e territoriale.
La salute pubblica è un altro elemento. Il fumo degli incendi trasporta particolato fine, sostanze tossiche e gas irritanti. Può peggiorare asma, malattie respiratorie e cardiovascolari, anche a distanza dal luogo delle fiamme. Gli incendi estremi, quindi, non colpiscono soltanto chi vive vicino al bosco, ma anche popolazioni urbane esposte al fumo trasportato dal vento.
Il messaggio dello studio è scomodo ma utile. Non esiste una sola soluzione. Tagliare le emissioni serve per limitare l’aumento del rischio. Prevenire serve per ridurre la probabilità che un focolaio diventi disastro. Intervenire rapidamente serve per contenere il danno. Adattare i territori serve per proteggere persone, infrastrutture ed economie locali.
L’Europa deve quindi decidere se continuare a trattare gli incendi come emergenze eccezionali oppure riconoscerli come una componente stabile del rischio climatico. La seconda strada è meno rassicurante, ma molto più realistica.
La lezione finale è chiara: gli incendi del futuro non si combattono solo nel momento in cui bruciano. Si combattono nei piani urbanistici, nei bilanci pubblici, nella gestione dei boschi, nelle politiche climatiche, nella formazione delle comunità e nella manutenzione quotidiana del territorio.
Spegnere resta indispensabile. Ma non basta più. Perché quando il clima cambia la scala del fuoco, anche la nostra idea di sicurezza deve cambiare scala.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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