TV7 NEXT - ITALIA: RICICLO OK, RINNOVABILI NO
L’Italia è uno dei Paesi europei più avanzati nell’economia circolare, soprattutto nel riciclo dei rifiuti e nell’uso efficiente delle materie. Allo stesso tempo, però, resta in ritardo nella transizione energetica, con una dipendenza ancora elevata dai combustibili fossili e una crescita delle rinnovabili meno rapida rispetto alla media europea.
Il quadro racconta una doppia realtà. Da un lato, il nostro Paese dimostra una forte capacità industriale e territoriale nel recupero dei materiali. Dall’altro, fatica a ridurre in modo deciso il consumo di energia da fonti non rinnovabili. È una contraddizione che pesa, perché economia circolare e decarbonizzazione non sono due percorsi separati: funzionano davvero solo quando procedono insieme.
Il tema si inserisce in un contesto globale molto preoccupante. Secondo il Circularity gap report 2026, pubblicato da Circle Economy in collaborazione con Deloitte, ogni tre euro di valore economico creato nel mondo, circa un euro viene perso a causa di sprechi e inefficienze. Rientrano in questa perdita l’uso inefficiente dei materiali, dell’energia e del cibo, ma anche l’obsolescenza programmata, cioè la progettazione di prodotti destinati a durare meno o a diventare rapidamente superati.
Il danno economico stimato è enorme: circa 25mila miliardi di euro, pari al 31% del prodotto interno lordo globale. Questo significa che l’economia lineare, basata sul modello “estrarre, produrre, consumare e buttare”, non è solo dannosa per l’ambiente. È anche un sistema costoso, fragile e poco razionale.
Un’economia circolare punta invece a mantenere il valore dei materiali il più a lungo possibile. Significa progettare prodotti più durevoli, riparabili e riutilizzabili, ridurre gli sprechi, riciclare correttamente e trasformare gli scarti in nuove risorse produttive. È una strategia che riduce la pressione sulle materie prime, diminuisce i rifiuti e rafforza la resilienza delle imprese.
L’ITALIA ECCELLE NELL’ECONOMIA CIRCOLARE
I dati confermano che l’Italia ha costruito negli anni una posizione importante nell’economia circolare. Secondo il rapporto “Transizione energetica, decarbonizzazione, economia circolare: Europa avanti piano, Italia indietro tutta”, presentato all’undicesima edizione del festival Circonomia, il nostro Paese è quarto in Europa per indice di circolarità e decarbonizzazione, dopo Danimarca, Paesi Bassi e Austria.
Il risultato più significativo riguarda il riciclo dei rifiuti. L’Italia raggiunge il 93%, contro una media europea del 61%. È un dato molto forte, che mostra la capacità del sistema produttivo italiano di recuperare materiali e reinserirli nei cicli industriali.
Anche il tasso di circolarità della materia è elevato: 21,6%, il terzo valore più alto in Europa. Questo indicatore misura quanta parte dei materiali utilizzati dall’economia provenga da recupero e riciclo, invece che da nuove materie prime estratte.
Dietro questi numeri ci sono filiere industriali, consorzi, imprese, amministrazioni locali e pratiche diffuse nei territori. Molte esperienze virtuose sono raccolte nella piattaforma BEST, acronimo di Buone esperienze di sostenibilità nei territori, lanciata da ASviS, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile.
Gli esempi vanno dalle applicazioni per monitorare lo spreco alimentare quotidiano ai centri di scambio e riuso tra cittadini, fino alle imprese che recuperano e valorizzano gli scarti tessili. Sono pratiche concrete, spesso nate dal basso, che dimostrano come la sostenibilità possa diventare organizzazione, servizio e innovazione.
Il problema è che questi risultati positivi non bastano a compensare le criticità più ampie del modello economico globale. Secondo il Rapporto ASviS 2025, tra il 2015 e il 2022 il consumo interno di materiali è aumentato del 23%, superando i 113 miliardi di tonnellate. Nello stesso periodo sono cresciuti anche gli sprechi alimentari e i rifiuti elettronici.
Oggi solo il 22% dell’e-waste, cioè dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, viene raccolto e riciclato correttamente. È un dato allarmante, perché smartphone, computer, elettrodomestici e dispositivi digitali contengono materiali preziosi e critici. Recuperarli significa ridurre dipendenza dalle importazioni, estrazioni minerarie e impatti ambientali.
Lo spreco alimentare resta un’altra emergenza. A livello globale genera fino al 10% delle emissioni di gas serra. Cibo prodotto, trasportato e poi buttato significa consumo inutile di acqua, suolo, energia e lavoro. È una delle forme più evidenti di inefficienza del sistema.
IL RITARDO SULL’ENERGIA RESTA IL NODO DECISIVO
La leadership italiana nell’economia circolare non cancella il ritardo sulla transizione energetica. Il rapporto di Circonomia evidenzia che tra il 2019 e il 2022 il consumo di energia da fonti non rinnovabili in Italia si è ridotto solo del 4%, rispetto a una media europea del 13%.
Il confronto mostra una distanza significativa. Altri Paesi europei stanno riducendo più rapidamente il peso delle fonti fossili, mentre l’Italia procede con maggiore lentezza. Questo limita la capacità del Paese di ridurre emissioni, dipendenza energetica e vulnerabilità ai prezzi internazionali.
Anche sul fronte delle rinnovabili la crescita appare meno rapida. Tra il 2019 e il 2025 l’Italia ha poco più che raddoppiato la propria capacità fotovoltaica. Nello stesso periodo, a livello europeo, la capacità è quasi triplicata. Il solare è una delle tecnologie più mature e competitive, ma autorizzazioni, connessioni alla rete, iter amministrativi e incertezze regolatorie continuano a rallentare molti progetti.
La sfida principale è integrare economia circolare e decarbonizzazione. Recuperare materiali, allungare la vita dei prodotti e ridurre gli sprechi è fondamentale, ma non basta se fabbriche, trasporti, edifici e servizi continuano ad alimentarsi con energia fossile.
Un’economia davvero circolare richiede energia pulita. In caso contrario, anche un materiale riciclato può portarsi dietro un’impronta climatica elevata. La circolarità riduce il consumo di risorse, ma la decarbonizzazione riduce l’impatto energetico dei processi. Le due dimensioni si rafforzano a vicenda.
Per l’Italia questa è anche un’opportunità industriale. Le competenze già sviluppate nel riciclo, nel riuso e nell’efficienza dei materiali possono diventare una base solida per accelerare anche sulle rinnovabili, sull’elettrificazione, sull’efficienza energetica e sulla riduzione dei consumi fossili.
Il Paese dispone di imprese capaci, filiere specializzate e molte esperienze territoriali. Serve però una maggiore velocità nelle politiche energetiche, una semplificazione reale degli iter, reti elettriche più adeguate e una strategia che unisca circolarità, energia e innovazione.
Il punto non è scegliere tra riciclo e rinnovabili. Il punto è capire che una transizione credibile richiede entrambe. L’Italia sa già trasformare molti scarti in risorse. Ora serve trasformare anche il sistema energetico, perché il recupero dei materiali non può restare appoggiato su energia del passato.
La vera leadership sostenibile non si misura solo nella capacità di riciclare bene. Si misura nella capacità di costruire un modello economico che consumi meno risorse, produca meno sprechi e usi sempre più energia pulita. Qui si giocherà la prossima fase della transizione italiana.
Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.