IL BOSS SUICIDA: “LA SUA MORTE È UNA SCONFITTA”
La persona che si è tolta la vita dietro le sbarre della sua cella, nella sua ultima notte nel carcere di Padova prima di essere trasferito chissà dove, si chiamava Pietro Marinaro. Aveva 74 anni, era stato un boss della 'ndrangheta e aveva alle spalle condanne plurime per omicidio e per mafia. Era in carcere dal 1998, e a Padova aveva trovato un percorso di rieducazione interrotto all’imrpovviso, con una decisione unilaterale e repentina dell'amministrazione penitenziaria. Gli avevano dato due sacchi neri, come quelli della spazzatura, per impacchettare la sua roba in attesa del trasferimento. Forse nel carcere di Nuoro, forse in quello dell'Aquila, di certo via da Padova e via da quella ritrovata normalità che nella prigione del Due Palazzi aveva ritrovato. Per questo, ha deciso di farla finita.
Come Pietro Marinaro, al Due Palazzi, fino all'altroieri c'erano altre 22 persone detenute da decenni, probabilmente tutti ergastolani, che all'improvviso hanno visto interrompersi il loro percorso di rieducazione. "Interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali", ha detto il vescovo di Padova, "di persone che avevano trovato nell'istituto della nostra città delle ragioni di speranza, verso un reinserimento sociale che deve essere sempre messo al primo posto".
Della chiusura della sezione di massima sicurezza, ha spiegato il cappellano del carcere di Padova, si parlava già dal 2015: "Nessuno di loro ha chiesto amnistie o sbadataggini varie: sanno quello che possono chiedere”, le parole di don marco Pozza, “Hanno solo voluto approfittare del bene incontrato qui dentro per prendere le distanze dal male commesso". Una rieducazione che stava procedendo bene, ma che all'improvviso si è fermata. E che per uno di loro, e i suoi quasi trent'anni di vita vissuta dietro le sbarre, era l'unica ragione per vivere.